Nonostante la tosse
Ho passato un po' di giorni ad appallottolarmi e restringermi, a crollare addormentata appena trovavo il conforto di un divano o di una coperta, a cullarmi e temere il mio classico malumore natalizio. Dice la mia amica che mi scrive dall'Irlanda: "non mi preoccupo per te, se non fosse per il plaid di paranoie in cui ti avvolgi mentre mastichi biscotti e bevi tè". Io invece mi preoccupo, ma solo quando le cose precipitano come scrosci di pioggia improvvisi: mi sembra di restare lì a guardare sotto un ombrello un po' bucato.
La mia vita scandita dai presepi di terracotta e dalle calle in lattice comincia a farmi paura. La sopporto, l'affronto, perché so che è così che devo fare. Mi faccio delle domande che mi spingono in un angolo un po' buio da cui non so come uscire, ed è in quell'istante preciso, quando le tensioni si trasformano da vaghi pensieri in muri solidi ed alti che vanno scavalcati anche se ci si graffia e ci si sbucciano le ginocchia, che mi viene il panico.
Sono fatta così: arrivo a sudare freddo e pensare che niente sia più rimediabile, e quello è l'attimo in cui qualcosa si muove. Magari pochissimo, ma io lo sento, come un formicolio alle dita dei piedi.
Così succede che in una mattina fredda di lunedì, mentre percorro la solita strada lucida di vetrine e aria bagnata, mi dico "ecco, guardati bene intorno, goditi questi minuti, respira forte, leggi adesso il fumetto che hai nella borsa, perché per un po' non avrai tanto tempo libero."
Sono arrivata a casa e ho pulito la camera, stirato tutti i vestiti arretrati che avevo, fatto due lavatrici, steso i panni. Poi ho preparato un litro di tè caldo e ho sgombrato il tavolo.
E naturalmente ho piegato la coperta di pile in modo tale che resti nascosta fra i cuscini e non si veda troppo. Detesto certe tentazioni.
E si riparte.
Di nuovo.
[immaginare come un cieco e poi inciampare in due parole... ]





