mercoledì, novembre 29, 2006

Nonostante la tosse

Ho passato un po' di giorni ad appallottolarmi e restringermi, a crollare addormentata appena trovavo il conforto di un divano o di una coperta, a cullarmi e temere il mio classico malumore natalizio. Dice la mia amica che mi scrive dall'Irlanda: "non mi preoccupo per te, se non fosse per il plaid di paranoie in cui ti avvolgi mentre mastichi biscotti e bevi tè".
Io invece mi preoccupo, ma solo quando le cose precipitano come scrosci di pioggia improvvisi: mi sembra di restare lì a guardare sotto un ombrello un po' bucato.
La mia vita scandita dai presepi di terracotta e dalle calle in lattice comincia a farmi paura. La sopporto, l'affronto, perché so che è così che devo fare. Mi faccio delle domande che mi spingono in un angolo un po' buio da cui non so come uscire, ed è in quell'istante preciso, quando le tensioni si trasformano da vaghi pensieri in muri solidi ed alti che vanno scavalcati anche se ci si graffia e ci si sbucciano le ginocchia, che mi viene il panico.
Sono fatta così: arrivo a sudare freddo e pensare che niente sia più rimediabile, e quello è l'attimo in cui qualcosa si muove. Magari pochissimo, ma io lo sento, come un formicolio alle dita dei piedi.

Così succede che in una mattina fredda di lunedì, mentre percorro la solita strada lucida di vetrine e aria bagnata, mi dico "ecco, guardati bene intorno, goditi questi minuti, respira forte, leggi adesso il fumetto che hai nella borsa, perché per un po' non avrai tanto tempo libero."
Sono arrivata a casa e ho pulito la camera, stirato tutti i vestiti arretrati che avevo, fatto due lavatrici, steso i panni. Poi ho preparato un litro di tè caldo e ho sgombrato il tavolo.
E naturalmente ho piegato la coperta di pile in modo tale che resti nascosta fra i cuscini e non si veda troppo. Detesto certe tentazioni.

E si riparte.
Di nuovo.

[immaginare come un cieco e poi inciampare in due parole... ]

lunedì, novembre 20, 2006

ecco...
:D

giovedì, novembre 09, 2006

firenze

C’era l’aria condensata e grigia. Sembrava di camminare in una nuvola di pulviscolo sottile. Sembrava di poterlo stringere chiudendo il pugno con la mano. Un grigio chiaro che faceva apparire lucenti le foglie giallastre. Foglie di...
Non sono mai sicura dei nomi degli alberi. Ci sono senz’altro dei pini nel primo tratto, poi dei cipressi. Quelli con le foglie larghe, nel tratto centrale, sono forse... tigli? ippocastani?

“Sai perché si chiamano ippocastani? Perché all’attaccatura la foglia sembra lo zoccolo di un cavallo. Ecco, vedi? E ippo vuol dire cavallo.
“Posso fare una corsa?”
“Sì. Attenta però a correre nelle foglie secche, non puoi mai sapere cosa c’è sotto. Sì, fanno un bel rumore. Comunque fermati quando finisce la strada.”

All’arrivo davanti allo slargo del piazzale mi sono accorta che ero in ritardo, ho guardato l’orologio del motorino, ma non sono mai sicura che vada bene. Però penso che sbagli solo di un minuto o due. Quindi ero in ritardo di cinque minuti, grossomodo. Ho rallentato, guardato giù. La città nella conca era illuminata attraverso una nuvola aperta da un sole color bronzo.

“Ero andata ad aiutare della gente che aveva un forno, il giorno dopo l’alluvione. Avevo gli stivali di gomma alti fino alla coscia e dopo un po’ che lavoravo mi sono accorta che se alzavo la gamba lo stivale rimaneva incollato al pavimento in un impasto di fango e farina. Non potevo muovermi in nessun modo senza perdere le scarpe. Due ragazzi francesi mi dissero di tenermi gli stivali e mi sollevarono di peso un braccio ciascuno, per tirarmi fuori da quel pantano. A ripensarci mi viene tanto da ridere. Non mi ricordo nemmeno come si chiamavano...”
“Avevi i capelli lunghi?”
“Sì, lunghissimi.”

I pantaloni nuovi mi stanno appiccicati addosso come se fossero un elastico. Me ne sono accorta quando mi sono dovuta arrampicare sul panchetto per prendere il vaso di terracotta da 6,90 per fare la composizione di piante grasse. Non riuscivo bene ad alzare la gamba. Al bar mi hanno intervistata su quanto fumo e poi mi hanno regalato un buono per la benzina. Il barista sorrideva. Con lo sguardo diceva “ti hanno incastrata eh..” Poi mi ha fatto il caffè e dato il pacchetto di sigarette senza che glielo chiedessi.

“lo sai, come sono queste cose? Uno resta col pensiero dell’imbarazzo che ha provato per un po’. Diciamo una settimana o due. Poi bisogna rifarle subito, come quando si cade da cavallo, è bene risalire in sella immediatamente. Ci sarà un’altra cena presto e saranno tutti meravigliosi. Vedrai.”
“Lo so, e poi lo so che queste cose sembrano più gravi di quel che sono. E’ una sciocchezza e me la dimenticherò presto. E’ che lì per lì... è che un po’ ci tenevo, ecco.”

E’ di nuovo sera, fa buio presto. Hanno messo le luci natalizie per la strada. Mi sento stanca. Penso a cosa mangiare per cena. Mi vengono in mente solo cose bollenti. Salgo sul motorino faccio partire l’I-pod. All’altezza di palazzo Pitti ho deciso per la minestra in brodo. Le ragazze sono ognuna nella propria stanza, mentre aspetto che la minestra sia pronta faccio un solitario con le carte francesi. Mi guardo nella parete a specchio, mi tolgo dagli occhi il trucco con le dita. Mi lego i capelli. Sbadiglio. Il bollitore fischia.

“Che emozione, vorrei sapertela raccontare.”

mercoledì, novembre 01, 2006

capogiri

Stasera fa freddo. Stasera rimpiango di aver declinato l’offerta dei miei di portarmi il piumone che a giugno scorso è stato parcheggiato per l’estate nella mia ex cameretta. Stasera vorrei fare tante cose utili fra cui risistemare i libri, i fogli, fare un paio di lavatrici, confezionare due o tre copertine di nuovi dischi. Però purtroppo non mi reggono le gambe. Ho provato a dare la colpa ai tacchi alti ma non è quello, è che quando torno dal negozio ultimamente sono proprio distrutta. Più del solito. Dopo aver chiuso i conti di ottobre ho anche capito perché: quel negozietto che all’inizio era un angolino nascosto per pochi appassionati, ha preso un andazzo da shopping natalizio anche quando, come adesso, dicembre è lontano. I discorsi sul negozio sono noiosi, lo so, non dovrei farli qui. Però ci passo la maggior parte delle mie giornate, allora mi viene anche un po’ da sentirmi coinvolta quando le cose funzionano.

Stasera non si vede bene la luna dalla mia finestra, ed è strano. Di solito sembra un lampione
acceso.

Sto qui in questo caos di camera e mi giro tra le mani la spossatezza e la gioia. Mi sento piena di energie di voglia e allo stesso tempo ho gli arti pesanti: lo stare così bene nonostante la fatica mi sembra una cosa nuova. L’ultima volta che mi sono sentita il mondo tra le mani come adesso è molto lontana, sia in termini di tempo che di ricordi. Non sono tanto abituata a mettermi al centro della scena, nemmeno della mia scena, voglio dire. E’ difficile, io tendo a ritirarmi per natura, a vivere le cose nel segreto delle mie pagine, a fotografare le briciole. In questo periodo è diverso. Tutta un’altra dimensione, che mi piace e allo stesso tempo mi impaurisce.
E’ inutile, sono ancora molto perplessa su tante cose. In particolare su come voglio essere, e come voglio apparire a me stessa. In questi giorni mi sono fatta spesso una domanda pericolosa che mi facevo alle elementari. All’epoca era “come sarò quando avrò vent’anni?” Adesso è “fra dieci anni cosa sarò?
Il fatto è che mi sono accantonata tante di quelle volte che pensare, adesso, di essere al centro dei miei pensieri mi ingombra. Ma lo devo fare per forza. Per me, per tutti quelli che credono in me, per una specie di giustizia racchiusa nel fatto che ricevo così tanto e ho ricevuto così tanto in vita mia che adesso mi sembra giusto restituire qualcosa. Qualcosa che mi somigli, che sia perciò molto imperfetto e silenziosamente appassionato.

Traballo. Per fortuna ci sono pilastri ben saldi a cui reggersi.

E anche cose che tornano magicamente, come l’altra mattina quando mi sono svegliata e le tre amiche a cui avevo mandato mail avevano risposto tutte in coro. Che bellezza aprire la posta e trovarle tutte lì, insieme. Considerato che si trovano ai quattro angoli del mondo, con fusi orari diversi e vite piene è proprio una specie di magia.