vicini
Sono arrivata in questa casa circa un anno fa -era settembre- e l'aria era calda ma non come adesso, che brucia ed entra dalle finestre come un'esplosione. L'ho scelta subito, si vedeva che mi si sarebbe adattata addosso, con gli alberi fuori e le mura rosse da caseggiato inglese. Stamattina quando mi sono svegliata (presto, tanto che in questo momento mi sembra già pomeriggio inoltrato) ho guardato fuori dalla finestra mentre mi stropicciavo gli occhi, e d'un tratto mi sono resa conto di quanto questa sia casa mia, siano le mie mura, non una cosa di passaggio.
M. trasloca. E' stata qui nove anni, tira fuori pezzetti della sua vita dai cassetti e li infila in delle scatole, si guarda in giro e le compare una smorfia strana sul viso, poi scuote la testa e sorride, sorride e si tocca i capelli, si riaggiusta gli occhiali sul naso e continua a impacchettare. Ogni tanto viene di qua a fumare una sigaretta e mi racconta qualcosa, o mi fa vedere un vestito, appoggiata col gomito alla maniglia della porta, mentre riprende fiato. Nella sua casina nuova l'aspettano dei desideri che si porta dietro da anni, e quando ne parla ride un po' istericamente, poi dice "mamma mia" spenge la sigaretta e torna di là.
Nell'altra stanza invece ci sono ospiti, situazioni da ricalibrare a cui ridare un peso giusto, nell'altra stanza è da ieri sera che sembra tutto sospeso, e quando stanotte alle tre ci sono andata ho trovato E. con gli occhi bassi sulla federa rosa del cuscino, che si faceva domande su se stessa si dava delle risposte e poi annunciava che saperle, le cose, non le serviva a niente, perché dall'esperienza non si impara e perché il senso di colpa non si molla così, come se fossero i tacchi alti quando si torna da ballare, uno dopo l'altro nel corridoio bianco. Avrei voluto dire qualcosa di più sensato ma avevo così tanto sonno, e freddo, in canottiera, col riscontro dell'aria della notte tra la finestra di cucina e la mia, spalancata. Allora ho detto solo "stai tranquilla, dai, stai tranquilla. In un modo o nell'altro farai. Se hai bisogno picchia con la scopa sul muro, io sono di là dalla parete. Va bene?" Confesso di essermi sentita un po' inutile: avrei voluto avere dei consigli migliori, avrei voluto dirle "la cosa più saggia da fare è questa" ma mentre ci riflettevo mi son detta che coi sentimenti non si può, i consigli non servono, e non bisogna intromettersi.
Siccome mi sentivo di troppo fra lei e i suoi pensieri sono tornata in camera in punta di piedi, il sonno si era un po' perduto, allora ho acceso una sigaretta, mi sono seduta in terrazza, al buio con le gambe incrociate di là dalla ringhiera. Ho guardato e sulla terrazza di fronte c'era un'altra sigaretta che si illuminava ogni tanto. Non so chi fosse, non ho nemmeno capito se c'era un uomo o una donna su quel balconcino.
Quando finalmente ho preso sonno era tardi davvero, ho sognato tanto, tante cose diverse una dall'altra, senza collegamenti apparenti.
Stamattina, verso le dieci, mi sono ritrovata fra le mani un bigliettino di E. con dentro poche parole, gentili, precise, piene d'affetto.
M. trasloca. E' stata qui nove anni, tira fuori pezzetti della sua vita dai cassetti e li infila in delle scatole, si guarda in giro e le compare una smorfia strana sul viso, poi scuote la testa e sorride, sorride e si tocca i capelli, si riaggiusta gli occhiali sul naso e continua a impacchettare. Ogni tanto viene di qua a fumare una sigaretta e mi racconta qualcosa, o mi fa vedere un vestito, appoggiata col gomito alla maniglia della porta, mentre riprende fiato. Nella sua casina nuova l'aspettano dei desideri che si porta dietro da anni, e quando ne parla ride un po' istericamente, poi dice "mamma mia" spenge la sigaretta e torna di là.
Nell'altra stanza invece ci sono ospiti, situazioni da ricalibrare a cui ridare un peso giusto, nell'altra stanza è da ieri sera che sembra tutto sospeso, e quando stanotte alle tre ci sono andata ho trovato E. con gli occhi bassi sulla federa rosa del cuscino, che si faceva domande su se stessa si dava delle risposte e poi annunciava che saperle, le cose, non le serviva a niente, perché dall'esperienza non si impara e perché il senso di colpa non si molla così, come se fossero i tacchi alti quando si torna da ballare, uno dopo l'altro nel corridoio bianco. Avrei voluto dire qualcosa di più sensato ma avevo così tanto sonno, e freddo, in canottiera, col riscontro dell'aria della notte tra la finestra di cucina e la mia, spalancata. Allora ho detto solo "stai tranquilla, dai, stai tranquilla. In un modo o nell'altro farai. Se hai bisogno picchia con la scopa sul muro, io sono di là dalla parete. Va bene?" Confesso di essermi sentita un po' inutile: avrei voluto avere dei consigli migliori, avrei voluto dirle "la cosa più saggia da fare è questa" ma mentre ci riflettevo mi son detta che coi sentimenti non si può, i consigli non servono, e non bisogna intromettersi.
Siccome mi sentivo di troppo fra lei e i suoi pensieri sono tornata in camera in punta di piedi, il sonno si era un po' perduto, allora ho acceso una sigaretta, mi sono seduta in terrazza, al buio con le gambe incrociate di là dalla ringhiera. Ho guardato e sulla terrazza di fronte c'era un'altra sigaretta che si illuminava ogni tanto. Non so chi fosse, non ho nemmeno capito se c'era un uomo o una donna su quel balconcino.
Quando finalmente ho preso sonno era tardi davvero, ho sognato tanto, tante cose diverse una dall'altra, senza collegamenti apparenti.
Stamattina, verso le dieci, mi sono ritrovata fra le mani un bigliettino di E. con dentro poche parole, gentili, precise, piene d'affetto.




