sabato, giugno 24, 2006

vicini

Sono arrivata in questa casa circa un anno fa -era settembre- e l'aria era calda ma non come adesso, che brucia ed entra dalle finestre come un'esplosione. L'ho scelta subito, si vedeva che mi si sarebbe adattata addosso, con gli alberi fuori e le mura rosse da caseggiato inglese. Stamattina quando mi sono svegliata (presto, tanto che in questo momento mi sembra già pomeriggio inoltrato) ho guardato fuori dalla finestra mentre mi stropicciavo gli occhi, e d'un tratto mi sono resa conto di quanto questa sia casa mia, siano le mie mura, non una cosa di passaggio.

M. trasloca. E' stata qui nove anni, tira fuori pezzetti della sua vita dai cassetti e li infila in delle scatole, si guarda in giro e le compare una smorfia strana sul viso, poi scuote la testa e sorride, sorride e si tocca i capelli, si riaggiusta gli occhiali sul naso e continua a impacchettare. Ogni tanto viene di qua a fumare una sigaretta e mi racconta qualcosa, o mi fa vedere un vestito, appoggiata col gomito alla maniglia della porta, mentre riprende fiato. Nella sua casina nuova l'aspettano dei desideri che si porta dietro da anni, e quando ne parla ride un po' istericamente, poi dice "mamma mia" spenge la sigaretta e torna di là.

Nell'altra stanza invece ci sono ospiti, situazioni da ricalibrare a cui ridare un peso giusto, nell'altra stanza è da ieri sera che sembra tutto sospeso, e quando stanotte alle tre ci sono andata ho trovato E. con gli occhi bassi sulla federa rosa del cuscino, che si faceva domande su se stessa si dava delle risposte e poi annunciava che saperle, le cose, non le serviva a niente, perché dall'esperienza non si impara e perché il senso di colpa non si molla così, come se fossero i tacchi alti quando si torna da ballare, uno dopo l'altro nel corridoio bianco. Avrei voluto dire qualcosa di più sensato ma avevo così tanto sonno, e freddo, in canottiera, col riscontro dell'aria della notte tra la finestra di cucina e la mia, spalancata. Allora ho detto solo "stai tranquilla, dai, stai tranquilla. In un modo o nell'altro farai. Se hai bisogno picchia con la scopa sul muro, io sono di là dalla parete. Va bene?" Confesso di essermi sentita un po' inutile: avrei voluto avere dei consigli migliori, avrei voluto dirle "la cosa più saggia da fare è questa" ma mentre ci riflettevo mi son detta che coi sentimenti non si può, i consigli non servono, e non bisogna intromettersi.

Siccome mi sentivo di troppo fra lei e i suoi pensieri sono tornata in camera in punta di piedi, il sonno si era un po' perduto, allora ho acceso una sigaretta, mi sono seduta in terrazza, al buio con le gambe incrociate di là dalla ringhiera. Ho guardato e sulla terrazza di fronte c'era un'altra sigaretta che si illuminava ogni tanto. Non so chi fosse, non ho nemmeno capito se c'era un uomo o una donna su quel balconcino.

Quando finalmente ho preso sonno era tardi davvero, ho sognato tanto, tante cose diverse una dall'altra, senza collegamenti apparenti.

Stamattina, verso le dieci, mi sono ritrovata fra le mani un bigliettino di E. con dentro poche parole, gentili, precise, piene d'affetto.

mercoledì, giugno 21, 2006

armonie

scrivo, cancello, riscrivo, torno indietro, rileggo, aggiusto, riprendo pagine scritte mesi fa, ricomincio di nuovo da capo, collage, pezzi lasciati indietro, grassetto, corsivo, note.

Poi apro un libro diverso, qualcosa che non c'entra niente col dovere, come la pausa sigaretta, cerco di imparare a memoria qualcosa che abbia un ritmo per ritrovarlo casualmente quando mi servirà, e mi viene voglia di prendere la stilografica con l'inchiostro verde e aggiungere una riga sul quaderno, sentire odore di carta e inchiostro in mezzo a tutto questo tic tic tic di tasti.

I cinema all'aperto hanno cominciato le loro programmazioni. Avrò tempo tutta l'estate per rimettermi in pari dei milioni di film che mi sono persa quest'anno. Le piazze sono piene. La casa in questi giorni non mormora, chiacchiera proprio a voce alta, e parla di cambiamento, di passaggi, di storie che prendono forma, accompagnate da polvere, grandi pulizie e pareti da imbiancare. In giro ci sono sorrisi e anche qualche lacrima.

Mentre tutto rotolava a destra e a sinistra, qualche giorno fa, ho incorniciato due foto, tolto di mezzo il piumone, tirato fuori i sandali e mi sono seduta al tavolo, poi ho pensato per qualche secondo che tutto sembrava veramente pieno di armonia, compresa la cantante lirica che tentava invano di non steccare su Casta Diva.

venerdì, giugno 09, 2006

respiri

Ascolto sempre la stessa canzone da una settimana e rileggo pezzi di cose che ho scritto molti giorni fa da tutto il giorno. Sono le 23 e 43 e ho già ucciso tre zanzare. Sento come una specie di grido che deve uscire, ogni tanto, e mi guardo intorno per essere sicura che nessuno lo noti. Per certi esperimenti non sono pronta, ancora.
Guardo giù da questo trampolino, mi preparo a una settimana intensa, (ma anche questa insomma, e non è ancora finita) cerco da tutte le parti un libro che non trovo e ne trovo un altro, con una foto dentro, e mi viene da sorridere.

Già, le foto. C’è n’è una che ho fatto al mare lo scorso fine settimana che mi ha fatto battere il cuore.
Oddio. Ma l’ho fatta io? Proprio io? Quanto tempo era che volevo fare una foto così e non mi era mai riuscita?

Conto le doppie punte e medito di rasarmi a zero e non pensarci più.

Sogno una notte lunga e senza sobbalzi che ancora no, quella ancora non c’è. Per me dormire è sempre stata una cosa difficilissima, nottate in bianco nei momenti peggiori e poche ore popolate di sogni indelebili in momenti un po’ più distesi. Ultimamente il mio è diventato un sonno leggero leggero che si interrompe se a qualcuno cade di mano una penna tre piani più su. Somiglia a quello dei gatti. E io sì, sono un po’ un gatto per certe cose. E non esattamente perché faccio le fusa.


Tavolo di cucina, ore dieci di sera, davanti alla cena più sconclusionata degli ultimi sei mesi.

“tu la devi smettere, esci con tre soldi in tasca per comprare il pane e il latte e poi torni a casa con un libro e mangi il riso in bianco. Esci per comprarti una maglietta per una festa e torni a casa con un disco che era in offerta.”

“Vabbè, non sono mica denutrita mi pare. (Risata spalancata, con tanto di sfoggio del dente storto. Ilarità generale.) Il fatto è che qui, a forza di vedervi sempre così perfette e pettinate io mi sento il maschiaccio della casa. Per quello faccio proclami di vanità e cerette. Però se poi ho dieci euro in tasca... entro in libreria. Vabbè... ok, anche se non ce li ho.”

“E che dobbiamo fare...”

Questa conversazione a me sembra perfettamente logica, eppure fa ridere. Fa ridere anche me.

(Quarta zanzara)

apro Saba stamattina e trovo una poesia intitolata “L’egoista” che comincia

Di me ti meravigli e della cosa che sì duramente il mio cuor serra, e agli sguardi d’altrui tengo nascosa...

poi parla d’altro, anzi, è tutto un’altro il tema. Ma come direbbe la mia coinquilina.
“E che dobbiamo fare”...

martedì, giugno 06, 2006

priorità

La casa non è più vuota e i segni si accumulano. Mangio fette di pane soffice e giro il collo a destra e a sinistra per scioglierlo. Faccio i conti per il mese di giugno, lascio messaggi alle coinquiline.
Ho fatto un sogno assurdo.

Domenica al mare c’era un sole bellissimo. Credo di essere stata nell’unico luogo d’Italia dove non pioveva o faceva brutto. Siamo state tutto il pomeriggio, io e le mie amiche, sdraiate, con libri musica, riviste, cremine. Sdraiate e basta. Pace e silenzio. Ogni tanto una intavolava una discussione o condivideva un pezzo di quello che leggeva. Sorrisi, chiacchiere. La cena di pesce il sabato sera, un tramonto commovente, e poi imbustate nel sacco a pelo dirsi quelle due o tre cose fondamentali prima di crollare.
Le foto. Ho fatto tante foto. Alcune, credo, saranno proprio belle. Quando faccio belle foto vuol dire che sto bene.

Oggi sono andata a pagare quattro bollette e l’affitto. Sono passata prima dalla padrona di casa perché così avevo la scusa delle bollette per andare via velocemente. La mia padrona di casa attacca dei bottoni paurosi. Ti dice “siediti un attimo, dai, che fretta c’è” e poi ti inchioda su quella poltrona con le più incredibili domande. A ogni inquilina chiede dettagli delle altre, sperando di trovarci impreparate o di farci fare qualche gaffe che riveli, che ne so, fidanzamenti, matrimoni, uomini che circolano per casa, espressamente vietati dal contratto, e sua principale preoccupazione.
“chi si è innamorata ultimamente?” (ammicca)
(Ripasso mentale di quello che sa e quello che non sa.) “Nessuna. O almeno non che io sappia. Ci vediamo appena. All’ora di cena siamo sempre tutte e tre stanchissime. E siamo riservate.” (sorrido tanto, col sorriso da brava ragazza che la domenica porta le pastine al pranzo dei genitori.)
“E te, e te? Bellina così? Nemmeno un corteggiatore?”
(che gli avevo detto l’altra volta? Aspetta.. ah ecco)
“No, lo sa, a me gli uomini non interessano. (!!) Io lavoro e studio, non avrei tempo comunque” (replica del sorriso, abbasso lo sguardo..)

Non ci becca mai. Prima di andare a pagare l’affitto facciamo sempre una riunione preliminare in cui chiariamo bene quello che dobbiamo e non dobbiamo dire. E siamo diventate bravissime.
La più pericolosa naturalmente sono io, che sono una distratta terribile. Ma anche oggi mi sono comportata bene. Sono andata via sventolando le bollette dopo soli venti minuti di chiacchiere (un record positivo). A dirla tutta sto anche un po’ al gioco perché mi chiedo che tipa sia. Mi incuriosisce un sacco, minuscola, in questa casa enorme, con questo figlio perfetto, bravo e buono, e questo marito assurdo. Non capisco bene come impieghi il tempo. Sembra uscita da un racconto di Maupassant. E’ interessante.

Ho fatto benzina, ho pagato le bollette, e adesso, con circa cinquecento euro in meno nel conto, sono arrivata a casa, ho aperto il frigo. Ho promesso che al massimo fra una quindicina di giorni mi occuperò di lui. In frigo ci sono, in ordine alfabetico, ventcinque grammi di pecorino e due fette di prosciutto. E questo non è un record. E’ stato anche molto più vuoto di così.

Soldi, spese, spese, soldi, un circolo vizioso. Scegliere fra il maglioncino nuovo e il fine settimana al mare (vince il mare). Scegliere fra la cena fuori e sviluppare le foto (vincono le foto). Eccetera. Però non mi dispiace. C’è qualcosa di bello nel sapere con certezza quali siano le cose senza le quali non potrei vivere.

Adesso ho la vespa col pieno e un invito a cena per stasera.
Evviva. Il martedì è a posto.