lunedì, aprile 24, 2006

primavera


Non ho tempo per dormire, ho troppe cose a cui pensare.

Mi sono fatta così tante domande nell'ultima settimana che mi sembra di essere sott'acqua, devo riemergere, rimettere certe cose sul filo, assicurarmi che l'equilibrista che cerco di essere si rimetta dritta e non si ritrovi, come Charlot al circo, aggredita dalle scimmie dispettose. Non è facile.

Ieri con n. ero al concerto degli offlaga disco pax. Mi è piaciuto, mi sono divertita. La flog era piena di gente, sono stati lanciati i testi delle canzoni e perciò mi sono anche fermata un attimo a ripensarle, a capirle, e mi piacciono, non sono retorici, non sono consolatori, semmai nostalgici, ma senza scadere nel sentimentale.
La flog è un posto che mi è sempre piaciuto, sarà per il connubio pizzeria-auditorium, (anche se la pizza non è eccezionale) sarà perché ci andavo tanto quando ero all'ultimo anno di liceo, arrancando un po' per la salita con il motorino, sarà perché poi, in epoca più universitaria, è il primo posto dove mi sono resa conto che quel ragazzo lungo lungo che faceva il non-musicista era fatto per me, quando gli chiesi se per favore mi riportava a casa a metà di un concerto a cui teneva tanto e lui senza battere ciglio mi fece strada fra la gente che pogava.

Però a un certo punto, come spesso mi accade in queste circostanze, mi sono chiesta a chi somigliavo dei presenti. A quelli col pugno alzato, a quelli che gridavano "legalizzala!" a quelle col naso storto e le magliette a righe. Il pugno l'ho alzato delle volte, "legalizzala" non l'ho gridato, il naso storto non ce l'ho ma la maglietta a righe sì. Eppure la sensazione che mi rimane quasi sempre in questi momenti è che certe cose vadano rimesse un po' di più sul piano della politica e un po' di meno su quello della moda, degli slogan, del "come siamo intelligenti noi non lo è nessuno", del "noi abbiamo capito tutto". Noi si ride, noi si balla noi siamo belli e freschi, e poi ci troviamo a non aver capito che le elezioni non erano vinte in partenza, che le cose sono ancora complicate e forse lo saranno sempre di più, e per il "nostro" bene.

Avevo tutte queste domande tutte insieme in testa, mischiate a ricordi, battute spiritose, un matto che leggeva D'Annunzio dondolandosi fra un gruppo e l'altro come se fosse amico di tutti, perché tutti poi alla fine gli abbiamo dato spago, (e io e la mia amica gli abbiamo addirittura promesso, a un certo punto, per scrollarcelo di dosso, che ci saremmo visti al pub stasera) quando la mia amica fra un abbraccio e una birra mi dice che ha preso una decisione importante. Lascia cadere l'informazione come se fosse una foglia che svolazza un po' fa due piroette e poi trova il suo posto, e io ammutolisco, davvero, creando anche un po' d'imbarazzo, tanto che lei cambia subito argomento e lo riporta sul precedente, che adesso non mi ricordo, ma so che mi aveva fatto ridere tantissimo.
Penso che non posso chiederle dettagli, non posso, c'è troppa gente, ma rimango così, come in sospensione, a chiedermi cosa sia successo, perché, ma soprattutto quando sia successo tutto quanto. Aspetto un momento buono che non arriva e segno sull'agenda mentale "chiamare per chiedere meglio", ma resto comunque un po' frastornata.

Torno a casa ed è tardi, spulcio la posta -caselle che rischiano di cancellarsi da tanto non le apro- vado a dormire, guardo l'ora: le cinque. Di nuovo.

Stamattina la logistica di casa mia era impazzita. Mobili ikea da montare, chiavi da ritrovare, appuntamenti da prendere. Cerco di lasciar correre, pranzo dai miei, provo a fare il sonnellino dopo pranzo -impossibile, il babbo oggi era loquace- allora mi guardo Superman, solo per rivedere Marlon Brando che fa una parte da scemo, ma è sempre Marlon Brando, forse l'uomo più affascinante del pianeta, e intanto mi chiedo come risolvere il dilemma che contrappone il mio buon cuore e la mia salute mentale, quando una mia amica ipocondriaca mi telefona per informarmi che ha avuto un attacco di panico e che ha avvertito la sua migliore amica che stava per morire. Rimango basita, avrei voglia di ridere ma non si può, le dico di chiamare un dottore, lei si riprende, nel frattempo la chiama l'altra amica che era in pensiero, e così butto giù il telefono.
E vai, altre domande che si sovrappongono tipo "perché sono sempre così calma anche quando la gente dà i numeri? Sarà perché non perdo la calma che la gente mi chiama quando dà i numeri? Se avessi tanta tanta voglia di dare i numeri chi chiamerei?" eccetera.

E stasera, che dire di stasera. Non lo so, credo che le mie fragilità finiscano tutte in un posto solo, non dovrebbero ma è così, e mentre mi cade una parte della sciarpa e cammino sola soletta davanti alle bellezze della mia città alle due di notte penso che qualche volta mi sento piccola e mi faccio anche un po' di tenerezza da sola, perché chiedo abbracci e faccio ridere, eppure che ci posso fare, da qualche parte deve pur uscire la vitalità, da qualche parte deve pur esserci una biondina svagata che non pensa agli impegni di domattina o alle domande a cui non sa rispondere.

lunedì, aprile 17, 2006

per piacere

Via, non parliamo di lui almeno per un giorno o due.

Questi due giorni sono un assaggio di ferie, pancia piena, cioccolata, sorprese nell’uovo e distensione dei nervi. Ho passato un venerdì sera bellissimo, a casa dei miei amici a parlare con una ragazza spagnola del suo amore per Luigi Tenco, e a mangiare la torta di cipolle acciughe e capperi di E. tradizione pugliese insegnata dalla sua nonna alla sua mamma e ora a lei. E’ così bello vedere la mia amica serena, che racconta di aver passato un pomeriggio a cucinare con la sua mamma, senza dover pensare a tutto quello che è stato per lei questo mese: ansia, patema di non finire in tempo il lavoro da consegnare, e poi finalmente sentirsi libera, libera di guardare negli occhi il suo fidanzato e ridacchiare. Insieme quei due sono eccezionali. Ho giurato a me stessa di raccontarlo ai suoi figli quando me lo chiederanno tra dieci anni, “sì” dirò “il tuo babbo e la tua mamma erano la coppia più bella di Firenze e vederli insieme era una gioia”.
Siamo scesi per strada, ed era pieno di gente dovunque, ragazzi appoggiati agli angoli e alle birrerie con bicchieri di plastica e giacchette leggere. Ho sentito la primavera tra i capelli, ero stanca, stanchissima, mi hanno consigliato persino di fare una lampada, sì, ero un po’ pallidina, me ne accorgevo mentre sorridevo e sognavo ad occhi aperti. Ogni tanto scoppiavo in un sorriso e pensavo che non mi importa, in questo momento, se quella punta di infelicità maligna ogni tanto ancora mi punge quando mi chiudo alle spalle la porta della camera bianca.
Vorrei darle un nome, a quella malinconia cattiva, ma un nome non ce l’ha, è solo la biondina che teme la primavera perché sa che è il momento in cui l’umore a volte le sbalza verso i piedi. Ma stavolta è passato velocemente. Oggi a casa dei miei c’erano le finestre aperte, ho fatto la pennichella dopo pranzo, poi sono andata a leggere al parco e c’erano i bambini che giocavano a pallone e i ragazzi un po’ più grandi un po’ nascosti dalle siepi a tessere delle trame e sentirsi unici al mondo.
E adesso, di nuovo a casa mia, in questa camera che è di nuovo completamente sottosopra, sento bisbigliare le pareti come al solito, e penso che ho tempo, tutto domani ancora, per rimettere a posto e pulire.

Altre ventiquattr’ore senza parlare di risultati elettorali, leghisti impazziti e soprattutto senza parlare di lui, dai.

martedì, aprile 11, 2006

...

Ma.. come si fa? E' possibile riuscire ad essere contenti? C'è la gente che suona e balla in piazza, eppure io mi sento come se avessimo perso...

mercoledì, aprile 05, 2006

mah..

"Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano così tanti coglioni che possano votare contro il loro interesse".

secondo me è giù di nervi.

Il che non lo rende affatto meno pericoloso. Solo più simile a quello che è in realtà: un uomo volgare, che crede che tutto sia una televendita, che tutti si possano comprare e che basti un ditino puntato (ehi, sto parlando proprio con te!) per imbambolare il povero ingenuo di turno. A quanto pare ci riesce anche e di questo, davvero, nemmeno dopo cinque anni, riesco a capacitarmi.