martedì, marzo 28, 2006

porte

La stanchezza di questi giorni è qualcosa di indescrivibile a parole, davvero.
Il negozio trasloca, io ci passo giorni e notti, giorni sul serio, dalle dieci alle venti, fra scatoloni, muri che si scrostano, clienti che non capiscono il caos che c’è.
Notti perché quando arrivo a casa mangio di corsa qualcosa, lavo i piatti controvoglia, e quando finalmente riesco a prendere possesso del letto la schiena mi parla di tutte le volte che sono salita e scesa dalla scala, di tutti gli scatoloni sollevati; le caviglie reclamano massaggi e la testa mi dice quello che devo fare domani, quali scaffali attaccare, quali persone chiamare per avvertire dell’imminente inaugurazione.
Faccio inevitabilmente tardi a leggere, ritagliandomi gli spazi fra uno sbadiglio e l’altro. Perdo le cose, (oggi le chiavi, due volte) e poi le ritrovo nei posti più incredibili, mi dimentico di mettere in frigo il latte. Oppure metto le chiavi in frigo e il latte sulla scrivania. Cose così.
Per non sentirmi solo una che lavora-mangia-dorme spesso mi faccio violenza ed esco dopo le dieci, giusto un’oretta, bevo una cosa che varia dalla birra alla tisana (tutte e due capaci di darmi il colpo di grazia) con qualche amico o amica comprensivi, poi torno a casa, controllo di nuovo la posta, scribacchio qualcosa, accudisco il narciso, (che è giù di morale, mamma mia) a volte piego i panni e rimetto un po’ in ordine. Ascolto qualche disco gentile e finalmente, molto tardi, crollo.
Sembra mostruoso, tutto questo, eppure sto bene.
E’ strano, lo so.
Per esempio mi piace tornare a casa di domenica e scoprire che dietro certe porte succede qualcosa di positivo. Che certi sogni si realizzano piano piano.
Sogni che magari non sono sogni, ma che danno fiducia, fanno sentire belle, che fanno ritrovare lo slancio.
Anche dietro le mie porte quelle più scricchiolanti, quelle difficili da aprire perché le serrature sono un po’ arrugginite, si annidano desideri e piccoli segreti felici. Piccole cose che mi fanno sentire carina, nonostante le occhiaie.
Non è poco, è tantissimo.

venerdì, marzo 24, 2006

timori

Scrivo poco e mi dispiace perché in realtà in questo periodo succedono alcune cose.
E altre non succedono: tipo la primavera non arriva.
La bolletta del gas incombe sul mio shopping (eh, che pensieri profondi): scarpe nuove per una festa mondana a cui ho accettato di partecipare (perché?) o taglio dei fondi e dei viveri fino al prossimo stipendio?
No, non è questo il punto. Il punto è che mi ritrovo sempre in queste situazioni strane. Alla festa non ci sarà nessuno che conosco tranne la padrona di casa (la mia compagna di banco del liceo che non vedo, appunto, dal liceo). Mi fa piacere rivederla, davvero, ma non era più pratico prendere un caffè da qualche parte o fare due passi di sabato mattina?
Non somiglierò agli altri invitati tendenzialmente in smoking o comunque molto incravattati, a meno che non decida di mettere uno smoking (e forse lo farò) e comunque non sarà l'abbigliamento a farmi sentire strana. A quello ho sempre rimediato. Quel che temo è l'assenza di poesia, di musica, di leggerezza.
E. dice sempre "se in un posto ci sei tu, ci può sempre essere anche qualcuno simile a te".
Per quanto il discorso fili, le probabilità non sono molte.
La mamma dice sempre "in questi posti bisogna esserci e capirli dall'interno".
Vero anche questo. Forse un po' faticoso ma vero.

Ci sono delle verità che mi stanno più a cuore, o meglio: mi sta più a cuore la verità e cioè:

-La biondina non si sente a suo agio a rispondere a domande che la riguardino, specialmente se sono il risultato di conversazione spicciola, della superficialità del "ti verso da bere?" e "di quel che rispondi tutto sommato non me ne importa un granché."

-La biondina ha un suo percorso, ed è felice di vincere le sue timidezze e chiacchierarne con chiunque abbia una curiosità, voglia di capire, dire la sua, anche litigare, (fare a botte no perché mi sa che le prendo) . Per chi vuole solo specularci sopra si alzano le barricate. Questo non perché temo i giudizi: (ultimamente ne ho ricevuti di feroci, e ho anche dovuto convenire che erano in buona parte esatti, nonostante l'orgoglio) è il qualunquismo che mi fa paura.

-La biondina non cambia dentro, anche se fuori ha i tacchi alti e la collana intonata alla scollatura.

-La biondina ha paura che si parli di politica e che le vada di traverso l'aperitivo.

venerdì, marzo 17, 2006

aggiornamento

capisco che non importi a nessuno, ma ora il narciso solitario controvento ha un fratello di lotta. E' nato un altro fiore che guarda dalla parte sbagliata. (O sarà quella giusta?)
Hasta Siempre.

domenica, marzo 12, 2006

sorrisi

Ho comprato una piantina piccola di narcisi. Già fioriti, in un vaso di metallo, con queste foglie grassocce e cinque fiori. Quattro guardano in una direzione e il quinto tutto da un'altra parte, ed è per questo che me ne sono innamorata. Di un giallo definitivo, li ho messi qui vicino alla tastiera del computer, mi sembrano la cosa più bella che esista al mondo.

Ultimamente ogni volta che esco la mia coinquilina mi dice "e vedi di non combinare casini, o almeno di non combinarli troppo grossi." Io ridacchio poi penso: mica sono io che combino i casini. Io compro le piantine e lavo i posacenere e cerco di dare alla cucina un aspetto ragionevole, e poi mi arrabbio. Per delle inezie certo, e non lo dico mai, e poi mi dico che non vale la pena, e forse sono io che ho gli ormoni in subbuglio per qualche ragione (ma quale? Di sicuro non è la primavera, visto che fuori il termometro è sotto lo zero) e alla fine vado avanti.
In senso letterale, direi: metto la testa avanti e cerco di fendere il vento, di non farmi lacrimare gli occhi, di scansare il torcicollo.
Questo faccio io. Altro che "i casini".
E invece i casini arrivano lo stesso.
Piccoli e grandi, mi si parano davanti come in attesa, con aria di leggera sfida, e dicono "vediamo adesso come la metti".
Se qualcuno avesse il dubbio, il mio eroismo si ferma a un certo punto. A un certo punto cedo alle tentazioni, a un certo punto mi mangio la cioccolata e mando al diavolo l'eventuale ciccia e brufoli. Staremo a vedere, mi dico. E puntualmente mi pento.
Mi pento tanto e passo le giornate a lapidarmi con il tè e i biscottini, o con i vasi da scaricare, o con le parole che non scrivo, o con le canzoni, sognando situazioni improbabili in cui sono: a) la regina di una festa; b) una signora di mezza età che sorride serenamente pensando al suo passato; c) la biondina che si sveglia di domenica nella luce accecante della sua stanzetta con la consapevolezza che c'è una persona che ama dall'altra parte del piumone.
Quest'ultima fra tutte è la situazione che più mi fa arrabbiare e che fa ricominciare da capo tutta la lapidazione. Tè, biscotti, parole, canzoni, eccetera.

Poi però passa. Poi bisogna uscire, bere la birra, lavorare, studiare, non c'è tanto tempo. E poi ci sono anche le cose belle. Sono piccole cose inaspettate e piacevoli, sono certe risposte che credevi di aver perduto, il motivo per cui, in un pomeriggio gelido di sabato, ho comprato una piantina che mi fa sorridere.

sabato, marzo 04, 2006

nella mia stanza

-Sono fortunata aprite presto...
-sì apriamo alle sei..
-accidenti..
-però anche tu vai presto a lavorare...

Il barista sorride e ammicca, con fare molto gentile. La Repubblica nei giornalai della piazza non è ancora arrivata. Il giorno si avvia ad essere qualcosa, l'Arno è marrone, le nuvole basse. Quando arrivo dal secondo giornalaio mi dice "oggi sei la prima a leggere il giornale..."

Ho le occhiaie, e ho paura. Adesso l'ho sentita salire come febbre, tutta in una volta.
In una nuvola di vapore e stupidità mia, oggi si è volatilizzato il mio affitto, il mio lavoro di venti giorni, la mia buona fede e una bella fetta di amor proprio. L'uomo che mi ha derubata mi ha anche allegramente presa per il culo venti minuti prima di intascarsi i soldi che avevo ritirato per pagare la mia padrona di casa. Ha fatto il cliente, ha parlato di colori e di imballaggi, mi ha fatto smobilitare mezzo negozio, poi, come per magia, è sparito. E non ha rubato dal negozio, non ha preso l'incasso, ha ficcato le mani nella mia borsa e si è preso il mio stipendio. Ha rubato il pane a chi non ce l'ha.

Ho fatto la forte, sono andata a cena con gli amici come previsto, ho scherzato sulla mia stupidità augurandomi che allo stronzo accadesse qualcosa di brutto, poi, quando finalmente ho dovuto dormire, non ce l'ho fatta. Nell'istante in cui chiudevo gli occhi mi vedevo davanti quella faccia, sentivo la voce, sussultavo e saltavo a sedere. Ho avuto paura e basta. Ho pensato che poteva succedere di peggio, che era tardi, che la strada era deserta e che nessuno mi avrebbe sentito nemmeno se strillavo. Mi sono sentita persa. Così mi sono vestita e sono uscita.
Le sei e venti del mattino.

Piccioni, giornalai, netturbini, e una città magnifica e deserta. Mi sono tranquillizzata quel che basta per comprare cornetti e cappuccino per la mia coinquilina e il suo fidanzato, che se la dormono beati e ignari, e per pensare che se venti lunghissime giornate di un lavoro frustrante devono volatilizzarsi in cinque minuti, tanto vale sputtanare i soldi per vedere un sorriso sulla faccia che ti dice buongiorno ogni mattina.

Poi ci sarebbe molto altro, molto di me che questa notte ha preso il sopravvento.
L'insicurezza, il bisogno di qualcuno che mi stringa una mano, il bisogno di vivere una vita diversa, diversa, diversa.

Tutto in una volta, tutto adesso, tutto in poche ore.

venerdì, marzo 03, 2006

eva ed eva

Riprese le redini del carretto, singhiozzi ricacciati in gola, strada di nuovo sgombra dai pensieri distruttivi, mi faccio la crocchia, mi metto un maglione vecchio che mi piace, e un paio di scarpe nuove.
Mi faccio un discorsetto serio, ricordo a me stessa certi pensieri positivi che mi ero imposta di tenere a mente per tutto l’anno, mi ripropongo di non crollare almeno fino a primavera, fisso con la mia amica l’aperitivo per stasera, vado a letto a un’ora da cristiani, con la stanza pulita e il bucato fatto, chiudo gli occhi e dormo quasi subito. E sogno.

Sogno la mia nonna con un vestito da sera bianco alla Bette Davis, spalle squadrate e scollatura sulla schiena: (mi dicono avesse davvero un vestito così, ma con lei si cade in piedi, quale vestito non aveva? Quale cappello non avrebbe indossato? A quale festa non ha partecipato trampellando sui suoi dieci centimetri di tacco a spillo e malinconia?) la regina della conversazione mi guarda e non dice nulla, sorride mi dà un abbraccino e va via.
Le mie due nonne sono state due prototipi del femminile: una, madre proletaria, lavoratrice instancabile, sempre a combattere coi conti e che ha dato praticamente la vita per far studiare i figli. Dice il prof. Che quando suo fratello doveva prendere ripetizioni di non so cosa lei per pagarle cuciva anche quando viaggiava sul tram. L’altra di famiglia benestante, ultima di quattro sorelle, bella, triste, dolcissima, ballerina strepitosa, sposata con un ufficiale, grandissima conversatrice, capace di passioni indescrivibili e di battute da Jane Austen. Questi due mondi così lontani e diversi sono la mia famiglia, sono io mischiata. Non ho la metà della forza di volontà della mia nonna sarta, né la metà del savoir faire dell’altra, ma tutte e due –motivo per cui si sono rispettate e stimate da subito, contrariamente ad ogni pronostico- avevano in comune la totale mancanza di malizia. L’incapacità della doppiezza e la grandissima generosità.

Ora questa cosa può apparire patetica, infantile, tutto quanto. Ma è un fatto che se sto male o qualcosa mi va storto, nel momento in cui supero la crisi sogno una nonna o l’altra. Quando poi mi sveglio penso che quello che vorrei è somigliare a tutte e due, trovare l’equilibrio fra quei due caratteri, fra quei due temperamenti. Le loro risate e i loro ammonimenti mi fanno ancora compagnia, a distanza di tanti anni; una che mi spiegava come infilare l’ago per fare l’orlo ai vestiti delle bambole, l’altra scherzava che sposare un comunista poteva andare bene, “basta che non sia un proletario”. Mi fa bene pensarle, pensare a tutte le difficoltà che si sono trovate davanti e che hanno semplicemente affrontato senza mai tirarsi indietro, senza rinnegare quel che erano o piagnucolare. Anche in questo sono state simili.

Per questo mi rassicura sognarle.
E’ come sentire di appartenere a qualcosa, ma allo stesso tempo vedere davanti a sé una strada libera.