giovedì, febbraio 23, 2006

note


She takes just like a woman, yes, she does
She makes love just like a woman, yes, she does
And she aches just like a woman
But she breaks just like a little girl.

Bob Dylan Just Like A Woman

domenica, febbraio 19, 2006

chiacchiere del sabato sera


-Allora come va? Hai trovato un fidanzato?
-Ciao, com'è? Ma domani che fai? Fidanzato?
-Lei è troppo esigente in questo modo non lo troverà mai un fidanzato..
-Ma che ci fai in questo locale fighetto? Cerchi il fidanzato possidente?
-Ma come una come te.. (?)
-Guarda che a forza di star soli ci si abitua... e poi non ci va più bene nessuno! E poi io voglio un nipote!! (quest'ultima ovviamente è la mamma, e ovviamente scherza.)

Avete presente quella vignetta in cui Obelix accompagna Asterix dallo psicanalista e tutti lo fermano e gli dicono "vai dallo psicanalista? Hai il complesso di essere grasso?"
Alla fine il povero Obelix si siede in un angolo e piange perché si sente grasso...

giovedì, febbraio 16, 2006

insetti


Sono stata a teatro, a vedere la Metamorfosi di Kafka nella versione de la fura dels baus.
Torno adesso, dopo aver fatto tappa in un locale per la birretta della buonanotte, e mangio fette biscottate con la nutella, con ancora in gola la sensazione che l'aria mi manchi. Perché questo ho provato per tutte e due le ore dello spetacolo: claustrofobia nera.
L'uomo insetto Gregor sta nelle sue quattro mura di plexiglass, mentre fuori la vita continua e non c'è tragedia che la possa fermare. I suoi genitori passano dal dolore alla routine, sua sorella passa dalla solidarietà all'indifferenza, poi anche all'aperta ostilità, finché tutti insieme in muto accordo, non trovano di meglio che sbarazzarsi di quell'infelicità tanto manifesta; di quell'ostacolo fra la vita e l'unico mondo che ci è dato di vivere. E a pensarci ptevo sentirmi facilmente tanto l'insetto quanto chi lo schiaccia. Ci sono un egoismo e una follia di fondo più o meno latenti in tutte le persone e mi è sembrato che lo spettacolo li mettesse entrambi totalmente a nudo. Nel momento in cui la famiglia è a tavola a cenare ed è allegra e beve e chiacchiera, quasi non ci si accorge di Gregor che si dibatte dietro i suoi vetri. E' facile ignorare le difficoltà altrui. E' troppo facile. Come è facile rinchiudersi più o meno metaforicamente, in una stanza o in una paura.

A parte le sensazioni "fisiche" (a un certo punto ho avuto persino l'impressione di riuscire a sentire l'odore di chiuso del "box" di Gregor) sono due ore di botta e risposta di luci, suoni, filmati, mobilio che viene spostato, flashback cinematografici. Mi fermavo a pensare a un movimento o a un espediente, che già dovevo decifrarne un altro. Un misto fra una gran soddisfazione e l'ansia che mi sfuggisse qualcosa.
Bello.

Nel locale dove ci siamo fermate dopo il teatro c'era inaspettatamente una gran folla.
Di mercoledì? Perché?
Ci guardavamo interdette, io ed E. e pensavamo a quale potesse essere la causa di tanta mondanità infrasettimanale. Poi un gruppo di giovanotti molto alla moda ha alzato una gran bottiglia ed ha brindato.
E lì abbiamo capito.
Stasera era la festa dei single.
Ci era sfuggita questa ricorrenza fondamentale, e appena ce ne siamo rese conto siamo andate a letto senza nemmeno consultarci.
Non è questione di essere o non essere single. E' che se uno non sopporta S. Valentino che è una festa inventata, figurati se può sopportare una festa inventata per spodestarne un'altra inventata.
E' questione di principio, insomma.
L'amare o il non amare non sono articoli da produrre in serie.

lunedì, febbraio 06, 2006

socializzare

E’ lunedì, è lunedì davvero, e ho passato il fine settimana a farmi e disfarmi il trucco, a camminare, avere freddo e caldo, tossire, starnutire, pensare “sto meglio” solo per esorcizzare l’influenza, che se non ne parlo non esiste e invece se qualcuno mi stringeva la mano poi diceva subito “ma hai la febbre?”
“No, no,” (in fretta, non nominate quella parola, che poi ci credo anch’io) “ho corso per prendere l’autobus/sono troppo vestita/varie altre.
Adesso giuro di star bene, ma ho la voce dell’orco delle favole, e spargo scie di fazzolettini ovunque passi, come pollicino spargeva sassolini bianchi come la luna.

Questo fine settimana però è stato interessante.
Mi sono trovata nella bolgia di S. Croce un paio di sere, macchine, gente che balla in mezzo alla strada, drink e furti di bicchieri (all’attivo due bicchieroni con stemma del Jack Daniels e del Rum Pampero, che mi piacciono assai). Venerdì ci siamo messe sedute sotto la loggia del grano dove avevano messo le casse per strada con un unz unz degno del miglior ferragosto, a spettegolare davanti alla gente che passava.

Così, ci era presa scemarella.

Dopo quest’exploit di cui non vado particolarmente fiera siamo finite a casa del mio amico L. a giocare a scopone e abbiamo vinto una cena. In cucina nella casa nuova di L. C’è la luce blu. E’ una sensazione buffissima e piacevole, e quando poi si torna alla luce normale ti sembra di aver cambiato pianeta.
La luce blu ti fa sentire equamente come se fossi in un locale o sull’autobus. Buffo.
Comunque dopo la partita erano le quattro, siamo tornate a casa, io e la mia coinquilina, ridacchiando e decidendo il menu per la cena. Io, da vincitrice magnanima, le ho consigliato di farsi spedire una cassa di mozzarelle da suo padre, visto che lei è di Salerno, e con quello pagare il debito coi fiocchi. Ma lei ha detto che se dice a suo padre che ha perso a scopone contro due fiorentini lui ci rimane troppo male. Così abbiamo optato per la pasta e la torta di ricotta e acciughe, consigliata come antipasto dal primo volume della Repubblica (ho solo quello degli antipasti, che ci devo fare, farò come Cher in quel film in cui cucinava solo tartine).

Alle quattro e mezza di mattina ci siamo prese il decaffeinato, poi siamo infilate nelle camere camminando in punta di piedi, col pensiero che la mattina dopo dovevamo pagare l’affitto. Invece la mattina dopo abbiamo dormito fino all’una anche perché la padrona di casa non c’era e suo marito non sapeva che dirci di fare. Così abbiamo confermato un paio di biglietti per il teatro, preso un tè all’Hemingway, pulito la casa, cenato con la pizza ordinata per non risporcare, e poi di nuovo in S. Croce.

Il Sabato sera in S. Croce non è entusiasmante come il venerdì, devo dire. Abbiamo girato un po’ di pub finché siamo finite in uno in cui una ragazza vestita di bianco ballava sul bancone con addosso le ali da angelo. Abbiamo bevuto il Cuba Libre e chiacchierato un po’. Verso le due, accompagnando a casa O. abbiamo deciso di prendere il caffè. All’arco di S. Piero c’è questo buco di localino brasiliano, con avventori un po’ strani, senza tavoli, con vassoi di cibarie fermi sotto delle luci gialle. Più o meno un’osteria, ma con dei colori diversi. Io credevo che tutto sommato il “caffè brasiliano” fosse caffè, invece si è rivelato essere una cosa complicata che funziona così: prima si inzuppa una fetta di arancia nello zucchero di canna da un lato e nella polvere di caffè dall’altro, poi si addenta e quando hai finito di mangiarla la cameriera prende questo bicchierino con dentro caffè, un qualche superalcolico e qualcosa che gli fa fare le bollicine, lo sbatte sul tavolo perché le bollicine salgano e va bevuto tutto in una volta. Dopo si mangia uno spicchio di mandarino.
E’ buono. Un uomo con la cravatta e il gessato ci guardava in piedi in un angolo mentre aspettavamo il nostro bicchiere di caffè. Impassibile. Ho continuato a chiedermi per un po’ cosa stesse pensando mentre ci guardava tutto attento in quel modo.

Invece il gestore del locale ci ha visto soddisfatte e per festeggiare ci ha regalato dei bicchierini di bibita arancione fresca e buonissima. Nel tornare a casa ci siamo accorte che stava alzandosi il vento e che arrivava un gran freddo.

Domenica mattina abbiamo davvero pagato l’affitto, ad una padrona di casa in lacrime perché qualcuno ha avvelenato il suo cane.

Così adesso sono al verde. Letteralmente. Credo che mangerò molliche di pane per qualche giorno, finché non mi accreditano lo stipendio.
In ogni caso sono abbastanza orgogliosa di aver fatto tanta vita sociale.
Voglio dire, tutti a dirmi che non ne faccio abbastanza, che investo energie su cose che al massimo dovrebbero trasformarsi in un sorrisetto tra me e me, (ma io ce le investo lo stesso, non ci posso fare nulla se il mio cervello marcia più veloce del mio orologio) che poi non mi devo lamentare se non conosco gente.

Allora mi impegno a sembrare la biondina diciottenne.
Ogni tanto mi piace anche. Anche se non ho più tanto il fisico.

Intanto ho finito i racconti della Parrella. Mi sono parsi belli e intensi in alcuni momenti, un po’ manierati in altri. Ma credo che per sicurezza li rileggerò. Sono andati via un po’ troppo velocemente, fra autobus, insonnia e curiosità.

Poi ci sarebbe molto altro.

Tipo che qualcuno sta tramando alle mie spalle per farmi incontrare il mio adorato professore di tesi. E siccome sono orgogliosa, oltre che testarda, ho deciso di non farmi trovare impreparata.

mercoledì, febbraio 01, 2006

beffe


Lasciare la povera Cassandra in negozio con tante ore per leggere, niente internet e l'incarico di "fare la vetrina per S. Valentino" è veramente uno strazio.

San Valentino? Ma che festa è San Valentino?
Mi piace solo nei fumetti di Charlie Brown.

La vetrina è un tripudio di rose rosse e rosa, candele a forma di cuore, nastri, un putto di terracotta e -domani li compro- anche palloncini a forma di cuore. Forse legati al polso del puttino, devo ancora vedere.
Per la cronaca.

Un'interpretazione da Oscar.