sabato, gennaio 28, 2006

l'interruzione del silenzio

Oggi ho dormito fino a mezzogiorno, ho ciabattato in casa fino alle sei in condizioni da domenica mattina più che da sabato pomeriggio. Ho chiamato un paio d'amici per chieder loro dei consigli su vicende arruffate e sogni che sfuggivano al mio controllo. Ha funzionato. Mi hanno tranquillizzata. E' bello sapere che sono sempre lì, anche se poi l'esordio del mio amico alla prima telefonata è stato "ma che la smetti di farti tutte queste paranoie..." Ha funzionato anche quello. Ogni tanto bisogna maltrattarmi un po' per farmi uscire dai miei vortici mentali. E' un po' come lo schiaffo da dare agli isterici. Funziona.
Comunque stamattina mi sono svegliata col panico, coi respironi e con l'ansia dei vecchi tempi. E pioveva pure. E in casa c'era un silenzio incredibile. Era come stare dentro una bolla, come sott'acqua. Ci ho messo un po' a riprendere il filo dei miei discorsi. Ho acceso la musica. Ho cercato di leggere. Ho letto di Frederica Potter, di come si senta a disagio al suo primo incontro di poesia a casa di Raphael, il famoso professore che le spiega Mallarmé.

Mentre pedalava per le strade buie fu raggiunta da Hugh e poi da Alan. Percorsero Silver Street pericolosamente affiancati, e attraversarono il fiume.

- Come ti è sembrato Frederica?
- Che orribile piacere proviamo nel dedicarci alla critica, - disse Frederica. - Ci mettiamo un sacco di intelligenza, brutalità e autocompiacimento. Ma alcune erano vere poesie. Le vostre, per esempio.
- Sono lusingato, disse Alan.
- Era una poesia d'amore - disse Hugh. - In cui si taceva il punto cruciale
- Che orribile piacere proviamo nel dedicarci all'amore, - disse Alan. -La stanza era satura d'amore. Sono tutti innamorati di Raphael.
Frederica fece una sbandata e ritrovò l'equilibrio.
- A volte mi domando di chi sei innamorato tu, - disse.
- Io?
- Tu.
- Non verrei certo a dirlo a te, Frederica Potter. E' una faccenda tremenda, l'amore.
Questa volta fu Hugh a sbandare. Si urtarono tutti e tre, districarono i manubri, proseguirono.

Quando finalmente ho ritrovato un po' di calma ho deciso di sfidare il freddo e l'acqua e fare due passi. Sono andata al bar pasticceria sotto casa e ho chiesto un cornetto integrale e un cappuccino. La proprietaria puliva la macchina con cui fa la cioccolata calda. O meglio, come in seguito ho scoperto, con cui tiene sempre in caldo e in movimento la cioccolata che loro stessi producono.
Le chiedo qualche spiegazione e lei, fiera, mi racconta che la cioccolata la fanno da trent'anni, e che quella che fanno con la macchinetta al bar è tutta un'altra cosa. E' latte, col cacao del supermercato.
Devo aver avuto la classica faccina ina ina da "ho cinque anni e ho perso la mamma al centro commerciale". La signora, burbera ma un po' materna, ha riconosciuto il mio appello muto e mi ha detto "te la faccio assaggiare, ti va?" E' tornata con un bicchierino di vetro e mi ha detto "dimmi se non è eccezionale"
Era eccezionale.
Ed era un regalo di quelli che ti fanno credere che il mondo sia ancora capace di essere buono.
Così mi è passata definitivamente la luna.

Mi sono incamminata per la strada bagnata ed ho incontrato E. dal vinaino nuovo che hanno aperto dalle parti di casa sua. Un posto simpatico che odora di nuovo e che fa un aperitivo a base di vino e cucina calabrese. Il proprietario è un tipo che in un'altra via di Firenze ha un pub irlandese dove qualche volta suonano anche dal vivo, anche se in tutto saranno 25 metri quadri. L'amico del proprietario ci ha consigliato due vini e poi ci ha fatto la corte, a tutte e due, mentre io e la mia amica cercavamo disperatamente di parlare fra noi. Quando alla fine ha ceduto, noi siamo riuscite, dopo due mesi forse, a fare due chiacchiere da sole. Per qualche motivo i nostri ultimi incontri si erano sempre svolti in mezzo a comitive di cinque dieci persone. Incontri piacevoli, gente bella. Ma certe amiche noi figlie uniche le eleggiamo a sorelle, e ci tiene insieme un filo strano. Le amiche così vengono prima della politica, del liceo e delle scelte di vita. C'è semplicemente bisogno di guardarle un attimo, capire che hanno capito, sentirsi protetti.
Così quando sono tornata a casa un paio d'ore fa ero a posto. Pacifica, senza più paura.
E in casa era tornato quel brusio di sempre.
I muri chiacchieravano di nuovo e la bolla non c'era più.

domenica, gennaio 22, 2006

l'interpretazione dei sogni

Milano, fiera di articoli per la casa. Il Magico Mondo delle Candele, invitato al gran ballo, raccoglie baracca e burattini e si trasferisce, nelle persone di me, il mio capo e sua cognata, su un eurostar popolato di commercianti fiorentini che hanno appena finito l'inventario e si raccontano a vicenda gli articoli che sono andati meglio. Le signore, per qualche motivo, sono in tiro. I signori, per qualche motivo, hanno tutti lo stesso giaccone. Una svendita? Un codice fra loro?

Ore 5.45 del mattino. Apro gli occhi dieci minuti prima della sveglia. Un sogno assurdo mi ha aggredita durante le mie tre ore di sonno. Il mio migliore amico mi urlava delle cose da un balcone e io, di sotto, cercavo inutilmente di sentire. Mi alzo, mi guardo allo specchio a sufficienza per decidere di lasciar perdere qualunque intervento, doccia, una caffettiera da tre e via per strada.

Ore 6.30 del mattino. La funzione "fai te" dell'I-pod decide per "Swim" di Ani di Franco. E' buio. Buio proprio, notte fonda.
Come diceva Calvino a quest'ora in giro ci sono due tipi di persone: gli "ancora" e i "già". Gli ancora per lo più sfrecciano su macchine veloci; i già portano borse a tracolla e berretti calcati. Altri "già " portano fuori i loro cani. Somigliano quasi a ombre, fra un lampione e l'altro. Li si riconosce perché ogni tanto fischiano.
Non sono in ritardo, incredibile. Mi fermo, sul ponte Vespucci, a distinguere l'acqua dalla notte nel frastuono della pescaia che rovescia schiuma chiara.

Ore 7. Treno. Sorrisi e baci, ascolto il mio capo che mi racconta una storia incredibile della sua famiglia, mentre dal finestrino un pallido chiarore comincia a far capolino dietro quattro o cinque strati di nuvoloni grigi.

Ore 8.3o. Superata la stazione di Bologna dove nel frattempo sono salite altre decine di invitati al gran ballo, mi appare il più incredibile degli spettacoli.
Un mondo pietrificato dal ghiaccio, come quello della bella addormentata, una paralisi di pietra: alberi, rami, cespugli, tutto bianco e rigido. Compreso il cielo. Neve sporca, qualche traccia di terra nera. vicino a me M. interrompendo la sua storia mi dice che quando va in Colombia in questo periodo dall'aereo l'Italia sembra in bianco e nero. "Sembra di stare in un vecchio film", dice.

Ore 10. Milano. Ore 11. Zona fieristica, Rho.
Un immenso reticolato di vetro corridoi e vele che ci guarda. Al centro una passerella con la gente che cammina tutta nella stessa direzione. Sorridenti hostess pettinate e ingiacchettate ad ogni angolo. Le guardo e me le immagino nella vita di tutti i giorni in jeans e maglioncini, mi verrebbe da dire "resisti, poi passa" (Quando l'ho fatto io mi avrebbe fatto piacere sentirmelo dire).
Iniziano le danze.

Dalle 12 alle 18: il caos. Corse e scelte difficili. A un certo punto, nel vortice delle ordinazioni e degli acquisti, mi compro un pigiama. Non so ancora perché, io non ho mai portato un pigiama in vita mia. Forse è stata colpa della voglia di dormire.
Fiori candele e vasi prendono forma nelle stampate dei computer e diventano concreti, oggetti che dovrò vendere. Mi chiedo se mi sto facendo prendere dal morbo del commerciante. La fatidica domanda "Si venderà?" affiora troppo spesso alla mia mente. Basta voglio andare a casa. Ora.

Ore 18. Un'ora di metropolitana per andare a prendere il treno, sola. Apro la Byatt che racconta del ballo di fine anno di Frederica a Cambridge, di come lei si innamora del suo professore che le spiega Mallarmé, di come lui la incoraggi a scrivere critica letteraria. Mi viene un po' di malinconia. Ma è la stanchezza, credo.

Ore 19. Treno di ritorno. Cerco di dormire mentre di fronte a me mamma, bambino e compagno della mamma parlano del viaggio. Vanno a Roma a prendere un volo per Santo Domingo. Il bambino disegna la barriera corallina con un pennarello rosso e mi massacra di calci. La mamma lo sgrida e dice "stai dando fastidio alla signorina!"
"Non è colpa mia, è lei che ha i piedi" dice lui.
Accendo la musica. Credo di aver fame.
Alle dieci a Firenze scendo dal treno e trovo il mio babbo, sorpresa.
"Sembravi a pezzi al telefono, ho pensato che almeno ti risparmiavi l'autobus fino a casa".
Mi sento colma di gratitudine. Vorrei fare come a sei anni, e farmi portare a spalla fino al letto. Desisto dal proposito di chiederglielo e salgo in macchina. A casa mi butto sul letto dopo una tazza di tè e dormo. Dormo un sonno nero, leggero, popolato di strane ombre e voci, gorgoglii della caldaia e campane della chiesa, ogni tanto mi assale una specie di istinto di alzarmi e andare alla finestra a vedere fuori che succede. Poi finalmente crollo davvero, saranno state le cinque, e sogno una battaglia campale tipo quella di Braveheart, solo che io ero in trincea a sfogliare un quaderno.
Abbastanza facile da interpretare.

giovedì, gennaio 19, 2006

colori

Sono cinque giorni che cerco di scrivere questo post. Non so perché mi sono bloccata a questo modo. Ho speso gran parte delle mie energie a produrre adrenalina ultimamente, a scrivere e strappare come ai vecchi tempi, ad ascoltare la linea di basso nelle canzoni, a infilarmi in conversazioni per me faticosissime in cui era implicitamente richiesta la mia presenza, a cercare di dormire, a contemplare la mezza luna gialla che mi invade la stanza, a mangiare, ad essere felice di essere invecchiata, a desiderare (senza mai farcela veramente) di rimettere a posto la mia camera, a leggere fino alle quattro del mattino.
In questo periodo vivo le cose più che scriverle.
Poi si verifica un fenomeno strano.

Scrivo e riscrivo, con parole che purtroppo mi sembrano sempre acerbe e insufficienti, e quando ho finito, senza nemmeno rileggere, qualunque cosa abbia scritto, mi morde subito la sensazione di averla perduta, di averla staccata da me.
E' giusto la sensazione contraria a quando giravo col taccuino viola e tutto quello che ci scrivevo dentro mi pareva depositarsi per sempre sul fondo delle mie scarpe, rendendomi il movimento sempre più faticoso.

[Credo che sia stata una fortuna per me riuscire a sopravvivere a me stessa, a certa musica, a certi dolori e anche a certe gioie, credo che sia un bene sapersi decentrare imparare che le proprie esperienze non sono necessariamente uniche, che la mia personale esperienza non è un "centro" ma un satellite, e che un unico centro in realtà non esiste.]

Detto questo, in piena contraddizione con il mio desiderio di non rinchiudermi nel mio cerchio magico personale, sono felice di annunciare che la crisi è passata, l'inventario è finito, il computer è un mezzo straordinario e muoio di sonno.
e sabato sarò di nuovo in viaggio. Stavolta faticoso.

sabato, gennaio 14, 2006

leggersi

(.. Ma ora basta parlare di compleanno, che qui sono cinque giorni che non faccio che festeggiare. Dico solo che è stato un compleanno straordinario, che ho ricevuto cd di Bollani, Fiona Apple, Gatto Ciliegia contro il grande freddo. Il volume con tutte le critiche, prefazioni e postfazioni della Pivano, che per il significato che ha mi ha molto commossa. E ultimo -ma non ultimo- questa cosetta con la mela sopra...)

Mi siedo, mangio un cioccolatino, ché il freddo taglia le mani e passeggiare in centro di sabato pomeriggio tende a farti odiare l'umanità. Torno a casa e la mia dirimpettaia bussa alla porta e chiede se ci può lasciare il bambino per una mezz'oretta, per portare fuori i cani. Certo, figurati. E' una mammina molto giovane, molto più giovane di me per capirsi, ha il viso ridente e rosa e negli occhi qualcosa di fanciullesco. Mi dà sempre da pensare, vederla così serena fra le pappine e gli allattamenti, e i due bulldog (bruttini, si può dire?) che gli girano per casa. Il bambino invece è bellissimo. Un peso massimo per i suoi cinque mesi, il cui gioco preferito è fissare ad oltranza la lampadina finché non è praticamente ubriaco.

A me piace quando ce lo lasciano dieci minuti. Me lo prendo in braccio, gli annuso la testa, sa di latte, faccio su e giù per il corridoio cantandogli tipo "moon river" o "the man I love" lui scuote la testa, fa le bolle, ogni tanto mi afferra i capelli e tenta di staccarmeli. Dopo questi dieci minuti d'idillio mi prende un certo panico. Penso a quel fagotto caldo come a una cosa che in un momento ti priva di te stessa. Penso a come riempie lo spazio, a come osserva le cose, a come tutto gli debba sembrare nuovo di zecca. Penso che ha una personalità molto marcata. Sembra che ci guardi come se fossimo alieni, cose grandi che muovono scoordinatamente le labbra e le mani. Mi fa sentire leggermente inadeguata.

Quando la sua mamma torna e lo prende in braccio, maneggiandolo con una mano mentre con l'altra gli rincalza la maglia e lo avvolge nella coperta, provo una discreta ammirazione. Soprattutto per la sua fiducia nel futuro.

Le giornate sono adesso rosa e oro. L'acqua del fiume sta ferma mentre i ponti ci si riflettono dentro. Delle grosse nutrie si sono impossessate della parte erbosa dell'argine e tirano in acqua detriti e legnetti vari. Per le strade si sentono odori di cappotti, colonie speziate, cibi caldi. La gente si tiene a braccetto un po' più stretta. Io ho ricominciato a studiare, rileggo pagine e pagine di un romanzo complicato che per alcuni aspetti somiglia al 42° parallelo di Dos Passos, scopro cose che non avevo notato, avviluppandomi in quel privilegio che ad alcuni libri è concesso, di essere riletti. Riscopro anche un po' di me, anch'io in un certo senso, mi rileggo. E mi trovo sottilmente diversa.

La musica mi si arrotola sulla punta delle dita, mentre la Byatt continua a troneggiare sul comodino, insieme a Bassani, e un mucchietto di Minimum fax che fa sempre compagnia.
Bevo tè, corro tanto, mangio poco.
La mente sembra lucida.

mercoledì, gennaio 11, 2006

ci siamo


.. ecco è ufficiale...
da circa un'ora ho la bellezza di 28 anni...
e senza volere mi sono rovesciata addosso mezza bottiglia di spumante, allagando la cucina due sedie, e metà dei presenti...
pare sia un buon auspicio...

appi birdai cassandra :-)

venerdì, gennaio 06, 2006

amiche


Primo regalo di compleanno, in anticipo, dolcissimo e molto più che gradito. Degno di lacrimuccia di gioia.
Viene dal "caldo" e non dal freddo, e infatti è rosso e non più viola.
Un po' come me.
Grazie, grazie grazie.

mercoledì, gennaio 04, 2006

smarrimento


[Ovvero: questo post forse è un po’ troppo privato per essere qui.]

Ho un senso strano di perdita oggi,come se qualcosa si fosse scollato.

Stanotte l’armadio ha scricchiolato, la porta finestra faceva intravedere un cielo senza stelle e senza nuvole e c’era un vento fortissimo che faceva dondolare la magnolia. Quando mi sono svegliata mi sono sentita come se nottetempo qualcuno se ne fosse andato. Mi sono seduta sul letto in attesa di sentire una voce qualunque, ma nulla. Allora mi sono alzata e ho bevuto il caffè. La vista si è snebbiata, i contorni del tavolo e della tazza sono sembrati più reali. Ma il vento continuava a soffiare. Ho cercato di non dargli troppo peso. Poi mentre mi lavavo i denti guardandomi allo specchio ho capito. Mi sono sentita un po’ persa lì per lì. Forse anche un po’ ridicola.

Ieri su una rivista famosa ho trovato pubblicato un fumetto di una persona che conosco. Un ragazzo intelligente che aveva ospitato me e M. a casa sua a Milano un inverno che sembra lontano mille anni. Anzi ora che ci penso non era affatto inverno, era l’inizio dell’estate, faceva un caldo tremendo e in macchina si era rotto qualcosa per cui dovevamo tenere il riscaldamento acceso, così camminavamo in autostrada con la testa praticamente fuori dal finestrino, sentendoci idioti e speciali. Nello stereo avevamo i Rush. Anche questo ci faceva ridere. Ci fu il concerto, quella sera, e dopo eravamo spossati, M. per aver suonato, io per aver speso chili di adrenalina ad amarlo. Il nostro amico ci cedette il suo letto e mi ricordo che nella penombra della casa, bellissima, avemmo appena il tempo di abbracciarci e di dirci buonanotte prima di crollare.

Credo di essermi addormentata ieri sera col desiderio di chiamarlo e dirgli “Ehi, hai visto che bellezza, c’è un fumetto di S. su...”
Mi manca, quando ci penso, il modo in cui ridevamo. Era qualcosa di semplice e privato.

No, non lo chiamo, perché mi mette a disagio quello che siamo diventati, anche se il nostro ultimo incontro era stato ragionevolmente gradevole. Detesto le frasi di circostanza, o la faccia assente se ci vediamo, le dita che giocherellano con l’orlo della tazzina, gli occhi che vagano sulle superfici della casa invece che su di me. La conversazione spicciola. Le nostre due vite, prima così incastrate, ridotte ad essere misurate coi cucchiaini da caffè.
Non l’ho chiamato, ieri, perché il non saper creare nessuna complicità con lui ferisce troppo il mio orgoglio.

Forse.
Forse invece è una mezza bugia. O una mezza verità.
Non l’ho chiamato perché la sorte ci ha beffardamente voluti praticamente gemelli, quindi aspetterò il suo/mio compleanno per fargli gli auguri ed avere un argomento buono da spendere al telefono per quei dieci minuti che parleremo.

Trionfo della viltà.

lunedì, gennaio 02, 2006

clemenza

Il nuovo anno è ufficialmente iniziato, il mio compleanno si avvicina a grandi falcate, (è un anno pari, gli anni pari di solito mi intimoriscono invece sono stranamente tranquillina) e sto meditando grandi cose. Ho passato due giorni a Roma di divertimento, osservazione e affetto. Sono stata tanto bene. Ho respirato aria di metropoli e la cosa mi ha trascinata su nuove scie e nuovi desideri. Non nuovissimi, nel senso che si tratta dei miei perenni desideri di spazio, spazio grande, strade e mega bookstores. Ma per ora questa è una deriva da lasciare andare.

Quest'anno a mezzanotte ero in una stanza vuota di mobilio, con un sacco di gente che non conoscevo. Il mio rito propiziatorio per il capodanno è sempre stato quello di scrivere la cosa più brutta dell'anno vecchio su un foglietto e poi bruciarlo.

Ci sono delle piccole cose su cui sono sempre stata intransigente. Il Martini Bianco lo voglio con lo spicchio d'arancia e non di limone, la vasca da bagno deve essere piena fino all'orlo, i dischi il più possibile in ordine alfabetico, l'armadio un religioso casino. Ci devono essere sempre pane e tè nella dispensa (due cose senza le quali morirei di fame e di sete) ci deve sempre essere una bic nella borsa, i libri mi piacciono annotati e usati e le scarpe, per me, sono la cosa più importante di tutto l'abbigliamento. Ne ho decine, di queste sciocchezze, da snocciolare. E una era il bigliettino da bruciare a capodanno. Non credo di aver saltato un falò negli ultimi dieci anni.

Invece quest'anno non l'ho fatto.
Ci ho pensato bene, ma poi ho deciso di no.
Mi era venuta in mente una sola cosa da bruciacchiare, ma poi era un po' insignificante rispetto ai grandi numeri e soprattutto dopo un po' quell'episodio si è trasformato in un bene enorme, per quanto sgradevole fosse all'inizio. Un enorme regalo.

Ho deciso di lasciare intatto il 2005.
Spero che sia questo gesto comprensivo a cancellare le cose brutte.
E spero che il 2006 sia prodigo di comprensione e condivisioni.