giovedì, novembre 09, 2006

firenze

C’era l’aria condensata e grigia. Sembrava di camminare in una nuvola di pulviscolo sottile. Sembrava di poterlo stringere chiudendo il pugno con la mano. Un grigio chiaro che faceva apparire lucenti le foglie giallastre. Foglie di...
Non sono mai sicura dei nomi degli alberi. Ci sono senz’altro dei pini nel primo tratto, poi dei cipressi. Quelli con le foglie larghe, nel tratto centrale, sono forse... tigli? ippocastani?

“Sai perché si chiamano ippocastani? Perché all’attaccatura la foglia sembra lo zoccolo di un cavallo. Ecco, vedi? E ippo vuol dire cavallo.
“Posso fare una corsa?”
“Sì. Attenta però a correre nelle foglie secche, non puoi mai sapere cosa c’è sotto. Sì, fanno un bel rumore. Comunque fermati quando finisce la strada.”

All’arrivo davanti allo slargo del piazzale mi sono accorta che ero in ritardo, ho guardato l’orologio del motorino, ma non sono mai sicura che vada bene. Però penso che sbagli solo di un minuto o due. Quindi ero in ritardo di cinque minuti, grossomodo. Ho rallentato, guardato giù. La città nella conca era illuminata attraverso una nuvola aperta da un sole color bronzo.

“Ero andata ad aiutare della gente che aveva un forno, il giorno dopo l’alluvione. Avevo gli stivali di gomma alti fino alla coscia e dopo un po’ che lavoravo mi sono accorta che se alzavo la gamba lo stivale rimaneva incollato al pavimento in un impasto di fango e farina. Non potevo muovermi in nessun modo senza perdere le scarpe. Due ragazzi francesi mi dissero di tenermi gli stivali e mi sollevarono di peso un braccio ciascuno, per tirarmi fuori da quel pantano. A ripensarci mi viene tanto da ridere. Non mi ricordo nemmeno come si chiamavano...”
“Avevi i capelli lunghi?”
“Sì, lunghissimi.”

I pantaloni nuovi mi stanno appiccicati addosso come se fossero un elastico. Me ne sono accorta quando mi sono dovuta arrampicare sul panchetto per prendere il vaso di terracotta da 6,90 per fare la composizione di piante grasse. Non riuscivo bene ad alzare la gamba. Al bar mi hanno intervistata su quanto fumo e poi mi hanno regalato un buono per la benzina. Il barista sorrideva. Con lo sguardo diceva “ti hanno incastrata eh..” Poi mi ha fatto il caffè e dato il pacchetto di sigarette senza che glielo chiedessi.

“lo sai, come sono queste cose? Uno resta col pensiero dell’imbarazzo che ha provato per un po’. Diciamo una settimana o due. Poi bisogna rifarle subito, come quando si cade da cavallo, è bene risalire in sella immediatamente. Ci sarà un’altra cena presto e saranno tutti meravigliosi. Vedrai.”
“Lo so, e poi lo so che queste cose sembrano più gravi di quel che sono. E’ una sciocchezza e me la dimenticherò presto. E’ che lì per lì... è che un po’ ci tenevo, ecco.”

E’ di nuovo sera, fa buio presto. Hanno messo le luci natalizie per la strada. Mi sento stanca. Penso a cosa mangiare per cena. Mi vengono in mente solo cose bollenti. Salgo sul motorino faccio partire l’I-pod. All’altezza di palazzo Pitti ho deciso per la minestra in brodo. Le ragazze sono ognuna nella propria stanza, mentre aspetto che la minestra sia pronta faccio un solitario con le carte francesi. Mi guardo nella parete a specchio, mi tolgo dagli occhi il trucco con le dita. Mi lego i capelli. Sbadiglio. Il bollitore fischia.

“Che emozione, vorrei sapertela raccontare.”