smarrimento

[Ovvero: questo post forse è un po’ troppo privato per essere qui.]
Ho un senso strano di perdita oggi,come se qualcosa si fosse scollato.
Stanotte l’armadio ha scricchiolato, la porta finestra faceva intravedere un cielo senza stelle e senza nuvole e c’era un vento fortissimo che faceva dondolare la magnolia. Quando mi sono svegliata mi sono sentita come se nottetempo qualcuno se ne fosse andato. Mi sono seduta sul letto in attesa di sentire una voce qualunque, ma nulla. Allora mi sono alzata e ho bevuto il caffè. La vista si è snebbiata, i contorni del tavolo e della tazza sono sembrati più reali. Ma il vento continuava a soffiare. Ho cercato di non dargli troppo peso. Poi mentre mi lavavo i denti guardandomi allo specchio ho capito. Mi sono sentita un po’ persa lì per lì. Forse anche un po’ ridicola.
Ieri su una rivista famosa ho trovato pubblicato un fumetto di una persona che conosco. Un ragazzo intelligente che aveva ospitato me e M. a casa sua a Milano un inverno che sembra lontano mille anni. Anzi ora che ci penso non era affatto inverno, era l’inizio dell’estate, faceva un caldo tremendo e in macchina si era rotto qualcosa per cui dovevamo tenere il riscaldamento acceso, così camminavamo in autostrada con la testa praticamente fuori dal finestrino, sentendoci idioti e speciali. Nello stereo avevamo i Rush. Anche questo ci faceva ridere. Ci fu il concerto, quella sera, e dopo eravamo spossati, M. per aver suonato, io per aver speso chili di adrenalina ad amarlo. Il nostro amico ci cedette il suo letto e mi ricordo che nella penombra della casa, bellissima, avemmo appena il tempo di abbracciarci e di dirci buonanotte prima di crollare.
Credo di essermi addormentata ieri sera col desiderio di chiamarlo e dirgli “Ehi, hai visto che bellezza, c’è un fumetto di S. su...”
Mi manca, quando ci penso, il modo in cui ridevamo. Era qualcosa di semplice e privato.
No, non lo chiamo, perché mi mette a disagio quello che siamo diventati, anche se il nostro ultimo incontro era stato ragionevolmente gradevole. Detesto le frasi di circostanza, o la faccia assente se ci vediamo, le dita che giocherellano con l’orlo della tazzina, gli occhi che vagano sulle superfici della casa invece che su di me. La conversazione spicciola. Le nostre due vite, prima così incastrate, ridotte ad essere misurate coi cucchiaini da caffè.
Non l’ho chiamato, ieri, perché il non saper creare nessuna complicità con lui ferisce troppo il mio orgoglio.
Forse.
Forse invece è una mezza bugia. O una mezza verità.
Non l’ho chiamato perché la sorte ci ha beffardamente voluti praticamente gemelli, quindi aspetterò il suo/mio compleanno per fargli gli auguri ed avere un argomento buono da spendere al telefono per quei dieci minuti che parleremo.
Trionfo della viltà.

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