lunedì, ottobre 31, 2005

stupori


Per qualche strano motivo continuo a ricadere nella solita trappola dei preconcetti.
"Io ho detto questo quindi lui avrà pensato questo, quindi adesso farà così."
E' una bella sensazione, invece, quella di essere sempre stupiti. Costantemente smentiti. Segretamente osservati.
E' una bella sensazione sentirsi dire "per me ogni giorno è un nuovo inizio. Una nuova scoperta. Non c'è nulla di quello che faccio che sia uguale a prima. Anche se l'ho già fatto centinaia di volte. E anche le persone sono così. Non sono mai uguali al giorno precedente. Le devi sempre riscoprire."
E' vero.
Ed è una cosa bellissima da pensare.
Perché questi discorsi continuano a stupirmi allora?

Per protesta contro me stessa e per estrema allegria, quindi, continuo a sparare nello stereo una canzoncina scema e molto ballabile e a salterellare per la stanza cantando e stonando. Apposta. La canzoncina dice così:

...Io sono una valigia e giro di stazione in stazione, in molti mi trasportano ma in pochi hanno la combinazione. Ma chi l’avrebbe detto che la vita mi sorprendeva come hai fatto tu, tu mi hai aperto come una ferita, sto sanguinando ma non ti lascio più... Poi ti portai sul ciglio dell’oceano ti ho detto “promettimi che mi amerai”, tu mi hai risposto che anche le ragazze fanno promesse da marinai...

E' ufficiale.
Sono grave.

giovedì, ottobre 27, 2005

epifanie


Oggi si è compiuto il miracolo.
Anzi i miracoli.

Il miracolo dell'altruismo;
Il miracolo della fiducia;
Il miracolo dell'onestà che ripaga;

E per questo è una giornata meravigliosa. ME-RA-VI-GLIO-SA.
E oggi non mi importa se non ho soldi e non so come pagare il telefono; non mi importa se non esco la sera perché mi si chiudono gli occhi dalla stanchezza. Oggi credo nella clemenza e nella giustizia del tempo.
E anche nella teoria della dolce, dolcissima rivincita di rinterzo. Non è stato merito mio. Ma ho avuto la mia dose di ego. il fato si è posato come una scure su chi doveva cadere, anche se non ha mozzato nessuna testa. Ha punto un po', quello che volevo, e non mi sono nemmeno dovuta disturbare a escogitare come fare.

La ballerina ha ricominciato a ballare sull'elastico...

mercoledì, ottobre 26, 2005

lentamente


Sono stanca.

Queste due parole mi salgono alle labbra spontanee, da stamattina alle sette. Alle sette quando sono balzata giù dal letto in preda al panico, convinta che fosse tardissimo e che avessi perso per sempre la visita medica di idoneità al lavoro. Invece ero in tempo, ma è stata tale la botta di adrenalina che ho fatto tutto di corsa. Sono arrivata in questo posto che mi inquieta sempre un po' (l'ex manicomio di Firenze) con mezz'ora di anticipo. La dottoressa ha detto: "Hanno qualche malattia i tuoi genitori? Sei mai stata ricoverata in ospedale? Prendi qualche farmaco? (come neanche la pillola?) fumi? Il caffè lo bevi? Allergie?" e questa è stata la visita. Sette minuti scarsi. E poi erano le nove meno dieci. E il mondo si è spalancato davanti a me lattiginoso e nebbioso, prodigo di opportunità che non volevo cogliere, volevo solo un lettuccio e un po' di penombra, e invece era tutto così bianco.

Ho passato tutta la mattina in giro, spendendo inutilmente soldi che non ho, poi ho incontrato il mio babbo, che cammina come una freccia e legge così tanto che non c'è modo di stargli dietro quando ragiona. Poi ho ricevuto un messaggio di E. che dice "l'appuntamento è stasera alle 9 e 45". Ma io non ce la farò mai. Non so nemmeno come arriverò alle otto, a chiudere il bandone del regno dorato delle candele. Provo e riprovo a chiamarla ma la wind mi snerva con la sua musichetta da ascensore giurando che non ho credito. Ma come. Ho appena ricaricato. Ben quattro euro... E poi lo yoga: sulle braccia e poi sulla testa, alla fine ero talmente paonazza che ho pensato di cadere per terra. E come se non bastasse sono a metà del nuovo libro di Cunningham e non mi sta piacendo. Questa forse è la cosa che mi rende più triste...

Ho fame? Ho sete? Non so nemmeno cosa vorrei esattamente. Forse vorrei solo potermi perdere fra le corsie del supermercato mollemente, come queste studentesse straniere che sfilano in ordine davanti alla mia vetrina, stracariche di buste per tre quarti contenenti vino o birra, per la cena che certo sarà affollata. Scegliere con cura tutti i surgelati e i barattoli, leggendo per bene le etichette, per poi scoprire che ho saltato una multinazionale per favorirne un'altra, con la scusante, almeno, della buona volontà.

Forse quello che voglio è solo fare le cose lentamente per una volta. Invece il tempo che è mio è sempre centrifugato, ed è solo qui in negozio che tutto si ferma, fra profumi, disordine cronico, cestini da confezionare e colori dappertutto.

Questo posto è lento e calmo come un acquario al buio.

lunedì, ottobre 24, 2005

lunedì

E' stato un fine settimana complicato. Complicato e fragile.
Conclusosi, per fortuna, con una nota dolcissima, mentre bevevo tè caldo e smangiucchiavo biscottini inglesi guardando per la milionesima volta Possession, e per la milionesima volta mi immedesimavo con l'algido candore di Maud, e per la milionesima volta versavo due lecrimucce, ma giusto due, quando lui dice a lei "all these clues... they are for you"

La nota dolce comunque non erano i biscotti al cioccolato. Ma la solita telefonata inaspettata.
Grazie.

Prevedo che la settimana somiglierà a questo weekend, in cui le parole sono volate e poi sono rientrate corredate da croccanti cornetti della domenica mattina; prevedo giorni di pulizie, svecchiamento degli armadi e pulviscoli che se ne vanno tutti in fila, uno dietro l'altro, lasciando spazio ai sacchettini profumati. Prevedo anche uscite, cinema e rientri stanchi, sempre con il pensiero che quando passo quel ponte, arrivo a casa, e accendo la radio, è tutto definitivamente dietro di me.

Ho finito Yates e lo consiglio a tutti. Nonostante il colpo delle ultime quindici pagine.
E stasera dopo una cena come si deve comincerò il nuovo romanzo di Cunningham. Mi aspetto molto, lo ammetto.

(Ho visto che dalla lettera di Martina è nata una gran discussione, mi arrivano due mail al minuto da persone che non conosco ma che ho sentito a volte nominare, tutti infervorati e pieni di buone intenzioni e progetti. Io ho già parlato abbastanza di politica nello scorso post, e quella mia opinione, ci tengo a dirlo per non apparire disinteressata o semplicemente qualunquista, non è nata dalla pigrizia o dall'autocompiacimento di chi si dà ragione guardandosi allo specchio. E' una decisione molto meditata, direi addirittura sofferta, maturata in giorni o forse mesi di ragionamenti, discussioni, incazzature, letture e tutto. Giusto per il gusto della precisazione. )

giovedì, ottobre 20, 2005

riflessione aperta

da La Rebubblica del 16/10/2005, Cronaca di Firenze
Franca Selvatici
I CONCORSI Lettera di un professore alla Moratti "Noi, docenti bravi con troppa famiglia"
Telefonate di colleghi che gli dicevano di non presentarsi
«Signora Ministro della pubblica istruzione, la Sua riforma della docenza è contestata, ma sui concorsi Lei non ha colpe. Noi docenti italiani siamo persone perbene. Qualitativamente non sfiguriamo di fronte ai colleghi stranieri. Ma per noi la "famiglia", i "nostri", prevalgono su tutto. In noi riemerge e prevale un familismo biologico». Sono alcune frasi tratte da una lettera inviata al ministro Moratti da uno studioso di storia moderna, Oscar Di Simplicio, autore di studi sull´inquisizione e sui processi alle streghe e del recente saggio «Autunno della stregoneria» (Il Mulino). Il professore definisce i concorsi universitari locali «la parentesi più buia nella storia dell´Università italiana» e ricostruisce fatti e misfatti del concorso per professore associato di storia moderna bandito nel 2004 dalla Facoltà di Lettere di Firenze e chiuso il 7 ottobre scorso. Racconta le telefonate di colleghi, fra cui il commissario interno, che gli suggerivano gentilmente non presentarsi. Racconta che metà dei candidati si sono ritirati prima delle prove e che alla fine il concorso si è chiuso con un colpo di scena: non è passata la «candidata di facoltà» ma la moglie di un altro docente dell´ateneo. Conclude suggerendo al ministro di recuperare «un bel concetto della Grecia arcaica», la Cultura della vergogna: i professori che hanno manipolato i concorsi dovrebbero andare a lezione indossando una felpa con la scritta «Ho truccato un concorso universitario». E saluta con un «Signora Ministro, good night and good luck»
La mia amica di più vecchia data mi spedisce questa mail da far girare in cui chiede, fra lo scettico e lo speranzoso di muoverci. Muoverci non in merito a questa vicenda che la riguarda personalmente, (perché non è un problema "personale" quello che solleva, e anzi il problema è proprio che solo di vicende personali si parla, e mai collettive, mai generali, mai che un discorso si estenda un po' al di fuori del perimetro delle mura della propria casa/ufficio) ma muoversi e basta. Muoversi come generazione, muoversi come categoria (c'è un'ampia scelta di categorie in cui inserirsi: giovani, studenti, precari, senza casa senza contratti... o tutte quante insieme), e farlo violentemente, chiamando i carabinieri, occupando le facoltà, scrivendo ai giornali. Non che la mia amica si inserisca come linea di pensiero politico in frange particolarmente oltranziste o violente, anzi, tutt'altro. Quando eravamo un po' più giovani, e forse sotto sotto ancora, ero io quella "integralista" e lei quella sempre disposta al dialogo, al lavoro da passista, alla costruzione lenta ma ragionata, e molte volte ci siamo anche un po' punzecchiate su questo argomento.
La "maturità" (brrr) ci ha un po' cambiato, sembra. Io sono diventata cinica, disincantata; lei sta progressivamente diventando arrabbiata.
Non posso, ora, non essere solidale con lei quando dice "Mio babbo scrive lettere sarcastiche in giro e mi dice che se non ci pensiamo noi giovani non cambierà mai niente, che se è successo una volta nel '68 forse è arrivato il punto di rottura perché succeda di nuovo.
Per ogni concorso truccato di cui si sa.. dalle ammissioni a medicina ai concorsi per dottorati e assegni.. bisognerebbe entrare in aula dove si riunisce la commissione e occuparla, che vengano i carabinieri a sgombrare. Mi domando se avrei il coraggio di farlo o se non mi domanderei "ma poi a me chi me lo fa vincere un dottorato?" e vi giro la domanda."
Ed è questo il nodo di tutto. Viviamo in un paese in cui è talmente radicato il clientelismo, che non credo ci sia via d'uscita. Per uno come il babbo di M. che denuncia, scrive ai giornali, fa nomi e cognomi, quanti, anche fra le persone che stimiamo di più invece chiudono o hanno chiuso un occhio, per vedersi tornare indietro qualche vantaggio? Che poi il vantaggio sia piccolo o grande non conta, la catena a quel punto è già partita. Anche le persone migliori, le più colte, le meglio preparate, spesso non sfuggono alla logica per cui "non vedo perché tutti debbano mangiarci tranne io" E onestamente la cosa mi disgusta, ma in parte la comprendo.
E' per questo che mi resta la sensazione amara della sconfitta. E' triste da dire ma è così. Quali università vogliamo occupare? Quali giudici vogliamo chiamare a dirimere questioni in cui non esiste nessuno che non abbia interessi personali? Cambiare "chi decide" significa tristemente solo cambiare la direzione in cui gli interessi sono rivolti. Non c'è politica che salvi da questo. Si va a votare, e ci si andrà, e nella mia ingenuità ho fatto anche mezz'ora di coda per votare alle primarie, ma fondamentalmente l'ho fatto perché spero che il paese salvi almeno la faccia, e non passi da giullare dell'Europa tutta. Però se penso di investire la mia storia, i miei studi, la mia fantasia, o anche la mia rabbia, scusate, ma non lo faccio per poi essere manipolata dalla demagogia di nessuno di questi personaggi.

martedì, ottobre 18, 2005

fra me e me


(Che bello fra poco esce il disco nuovo di David Sylvian)

Eccola di nuovo la sera che scende.
Nel continuo movimento mentale e fisico che contraddistingue la mia vita ultimamente, mi sorprendo un po' quando scopro che anche senza volerlo tanto, resto abbracciata a un numero di telefono come il gorilla albino di Palomar al suo pneumatico. Me lo guardo, me lo riguardo, non lo uso mai, ma che piacere sapere che c'è.

E' inverno stasera. Soffia un vento freddo e sottile. Ho voglia di caffè con le luci basse, di sedermi a un bel tavolino e chiacchierare smangiucchiando biscotti.
E poi di mettermi una sciarpa colorata.

giovedì, ottobre 13, 2005

ritagli


Cena a lume di candela. Fidanzato premuroso? No. Coinquiline generose. Sedersi sullo sgabello e guardarsi riflessa nella vetrina. Ascoltare in silenzio un intero disco della PFM. E ricordarsi. Il piacere di riscoprire la musica semplicemente ascoltandola senza fare niente. Non come sottofondo di qualcosa, non come memento di qualcos'altro.
Tanta radio. E giornali sfogliati e lanciati sotto il letto. E libri spolpati e succhiati come ossicini di pollo. E amici che fanno lunghe telefonate. Come al liceo.E cinema rubati alla cena, coi crampi dalla fame ma col bisogno di schermo grande grande grande, e tepore e solidarietà, mutuo riconoscimento del bisogno.
Pensieri impuri e pensieri puri.
Passi lasciati sul selciato con marziale ticchettare. Stivali e sciarpe. Trucchi finiti. Grufolare sul fondo del barattolo della marmellata con la mollica di pane. Rovesciarsi (oggi due volte) il cappuccino sui pantaloni perché si è dimenticato di avere la tazza in pugno mentre sfogli orribili quotidiani clerico/fascio/leghisti al bar e impallidisci. Dare consigli su cose inutili. Dare consigli utili su cose che non ti interessano tanto.
Dormire.
Sobbalzare nella notte perché la cantante lirica del piano di sopra ha fatto cadere il tavolino. (ore quattro del mattino) Pensare "dopotutto se io ho il diritto di essere matta ce l'ha sicuramente anche lei. E altra musica intorno.
Reagisci, reagisci, mi sono detta negli ultimi anni. Ogni giorno l'ho detto, e poi succedeva che mi alzavo dal letto la mattina, mi guardavo i piedi e non erano i miei. Come si fa a reagire senza i piedi. Uno non può nemmeno prendersi a pedate per spronarsi. Così sono andata a ricercare i piedi e li ho trovati. Ma ci ho messo molto tempo. Ho allungato i lati del torace e sollevato le braccia al cielo facendo smorfie. Smorfie più somiglianti a sorrisi che a gemiti.

"Nella Library of Congress stanno catalogando e digitalizzando circa due milioni e mezzo di concerti dal vivo. (avrò capito bene?) Ecco a voi un pezzo rarissimo recentemente ristampato in cui Thelonius Monk e John Coltrane suonano insieme dal vivo alla Carnegie Hall. Era il 29 Novembre 1957. Si chiama "Monk's Mood". Buon ascolto"

Chiudo gli occhi e penso come deve essere stato trovarsi lì. Con quel sax. Proprio lì, davanti a quell'esecuzione. mi sento sciogliere ed è solo una radio. Mi si scioglie tutto mentre inghiotto sorsi di tisana e penso ad altro. Alle vie parallele. Ad un'infinità di paralleli come disegnati. Penso a me che salto da un rigo all'altro come una nota sul pentagramma.
Polaroid accumulate, segni accumulati. Cartine, tabacco, sigaretta.

"Ed ora Sonny Rollins..."

(Mi ricordo quando ero "raffinata" e andavo ai concerti alla Sala Vanni. Marc Ribot, Dave Douglas... Mi ricordo e un po' il ricordo punge. Ma è così lontano... Poi c'è stata Lisbona e la sua luce. E poi...)

Salta fuori che una similitudine letteraria fra Richard Yates e Francis Scott Fitzgerald che mi era balenata alla mente mentre leggevo a letto con un occhio chiuso e uno aperto era un'ovvietà riportata in tutte le biografie di Yates. Sono ovvia se mi va. E amo contraddirmi. Credo che prevenga l' Alzheimer.

Oroscopo dell'autunno: le tre mosse vincenti (detesto la parola "vincente". E' proprio volgare) 1:Dai sfogo alla creatività ma non giocare in borsa; 2: Iscriviti a un corso di tango (!!!); 3: Lasciati corteggiare da un uomo più giovane ma per niente timido. (Ma chi le penserà?)

Foto. Foto in giro, dappertutto. Marilyn a tre anni che sghignazza al mare col costumino a righe. Viene da pensare che c'è o c'è stato per tutti uno spazio in cui essere -oddio, lo dico? Ma non lo penso mica... Dai no, non lo dico- in cui essere e basta. Semplicemente essere.
E non c'è nulla di più prezioso.

[naturalmente questa cosa è stata scritta ieri sera tardi...]

martedì, ottobre 11, 2005

dubbi seri...

Ogni tanto sembra proprio di stare dentro un film di Tati.... Manca solo la fontana a forma di pesce di "Mon Oncle" e poi la follia borghese è completa. Succede, a lavorare nel regno (delle candele sì, ma anche) del centrotavola perfetto...

Spero di non offendere eccessivamente qualcuno se mi chiedo : ma esattamente... a che serve il centrotavola? Io quando faccio le cene come "centrotavola" uso le bottiglie di vino... e se proprio mi va di sforzarmi una ciotola di mozzarelline ciliegine.

Ma che sto dicendo, aiuto...

lunedì, ottobre 10, 2005

non fidarsi è bene, ma fidarsi porta bene

come dicevo un po' di giorni fa (fra le risate compiaciute e incoraggianti di N.) nel post sulle mie vacanze, anche la fortezza ogni tanto abbassa il ponte levatoio, tremando di solito come una foglia per paura delle invasioni che potrebbero arrivare dall'esterno. Sì, è decisamente più facile starsene rintanati al calduccio delle pesanti mura e delle pesanti porte, ma certe volte il mondo là fuori è interessante, e per scoprirlo occorre esporsi un po'. L'esposizione può essere molto piacevole, aggiungerei.

Com'è come non è, succede che in una domenica d'Ottobre alquanto freddina, quando si sta pensando ad altro e soprattutto a riprendersi dai postumi di un sabato sera di intensa vita sociale durata fino alle quattro del mattino, viene ripagata inaspettatamente l'audacia che si era avuta in un giorno lontanissimo di agosto. Un giorno sì lontano, ma anche molto vicino per il ricordo che ha lasciato, così nitido da sembrare scolpito e incorniciato. Un ricordo che, devo ammettere con un po' di imbarazzo, mi fa sorridere sotto i baffi ogni volta che si affaccia alla mia memoria.

...anche adesso ridacchio, e penso. Come è bello, che una persona da cui non ci si aspettava nulla e che hai salutato sulla spiaggia e poi non hai più sentito per due mesi, una sera ti chiami, così, per raccontarti del viaggio che ha fatto, di quello che fa adesso, e di quello che vuole fare in futuro e per dirti "volevo sapere come stai e volevo dirti buonanotte... e non mi andava di mandarti uno stupido messaggino".

Da dove arriva questo calore umano, da cosa arriva, cosa ho fatto per ottenerlo, e perché oggi, anche se fa freddo e se una telefonata in fondo non è nulla di più che una telefonata, sembra tutto molto piacevole e soffice, sembra che le cose si possano risolvere, anche quelle complicate, sembra che ci sia spazio per tutto, anche per quello che in apparenza è impossibile.

Sarà davvero solo perché in quel giorno d'agosto mi sono fidata un po' alla cieca? Oppure sarò io, un po' diversa senza sapere bene come e quando è accaduto?

giovedì, ottobre 06, 2005

progetti

mangio digestive al cioccolato nascosta dietro lo schermo del computer nel regno dorato delle candele. Non mi vergogno a dire che vorrei tanto anche una tazza di tè caldo. Non mi vergogno a dire che quando cala la sera e le giornate sono un po' più scure e il freddo comincia a pungere, mi viene sempre un po' voglia di essere in Inghilterra. Anche solo cinque minuti. Ma questa è una lunga, lunghissima storia. Troppo lunga.

Stasera mi concederò una serata di lento relax. Forse non ceno nemmeno, mi metto direttamente in tuta a scegliere quali foto attaccare, con un bel disco jazz di sottofondo, con del tabacco buono, con la luce bassa. Do da bere al ciclamino e faccio due chiacchiere col piccolo banano che sta cambiando le sue foglie. Sto al calduccio dei miei pensieri. Accendo una candelina profumata. Metto i doppi calzettoni per camminare scalza. Penso una strategia per avvicinare il mio tuareg e poi, quando tutto mi sembrerà come una bolla di sapone pronta ad scoppiare e svanire nel nulla, mi metto sotto il piumone e aspetto che Morfeo mi getti il sonno sugli occhi.

ricomincio a correre domani.
buonanotte

mercoledì, ottobre 05, 2005

ricominciare a pensarsi. (tutti interi.)


è fantastico. Mi chiedo perché ho aspettato tanto.

Ho ricominciato yoga oggi alle una e mezza, sono arrivata nella mia palestrina, dove l'anno nuovo ha portato tante foto, nuove fodere rosse e rosa per i cuscini, una mensolina con sopra incensi che bruciano ordinatamente e una tinteggiatura più gialla della porta (che già era giallina). Ma le persone dentro sono le stesse più o meno. E anche la sensazione che essere lì sia giusto e faccia bene. La maestra senior mi ha annunciato col consueto sorriso la cifra e gli orari. E quello che mi sembrava inaffrontabile due giorni fa è diventato, da oggi alle una, semplicemente "necessario".

Sono uscita dalla palestra con la solita spossatezza, che non è la stanchezza di quando hai finito un'attività pesante. E' piuttosto una mollezza degli arti mista ad una notevole lucidità di ragionamento. Una specie di forte concentrazione. E un po' di freddo, e la sensazione di piacere nello stringersi nella lana del maglione. Amo l'idea di cercare la consapevolezza del corpo nei gesti e nelle posizioni, così come cerco consapevolezza e lucidità di pensiero in tutte le attività "mentali" che faccio. Non sempre ci riesco, ma la ricerca mi piace. Mi piace pensarmi più completa, allungata, anche un po' stanca, che c'entra, ma presente a quello che faccio.

Perché, come diceva Barth, tutto è collegato con tutto. Non c'è una cosa meno importante da valutare, da soppesare o da ragionare. Non esistono dettagli, nelle cose che si fanno. Esiste solo -e questo lo aggiungo io- il sapere quello che si fa o il non saperlo.

Forse non era molto chiaro questo ragionamento. Non so se sono molto capace di chiarirlo, però.

lunedì, ottobre 03, 2005

postmoderno

piove, piove, piove piove...
e soprattutto fa freddo.
cavolo, fa freddo.

Sono reduce da una giornata calcistica a casa dei miei, che mi hanno rimpinzato di cibo come se fossi stata digiuna da quindici giorni. Credevo che certe cose nella mia famiglia non sarebbero successe mai, invece vedi, non si può mai dire. Come nelle migliori tradizioni dello stereotipo italiano la mamma la domenica cucina tantissimo, frigge, unge, imbandisce. E considerato che la mia mamma ama cucinare quanto io amo stirare (poco) e se fosse sola mangerebbe un pezzo di pane con sopra il formaggio mentre pregusta la meritata pennica, è veramente una cosa tenerissima, tutto questo spadellare.

Invece sabato ho passato una giornata bellissima. Per tanti motivi, primo fra tutti una ottima compagnia, e poi la sera avrei voluto avere una videocamera, oppure, meglio, la mia macchina fotografica, e invece di questo post avreste visto solo un'immagine. Sarebbe stato meglio, ma cercherò lo stesso di descrivere quello che ho visto.

Sono stata in un centro commerciale di sera. In un posto sperduto, un enorme campo pieno di macchine con in mezzo questo colosso illuminato a neon semi deserto. Ci sono stata perché all'interno del centro commerciale c'è Oh Sushi, un sushi bar che costa "poco".
Altro che "non luogo", è stato veramente surreale. Mi ritrovo davanti a questo carrello dove sfilano ordinati i piattini colorati con sopra minuscole porzioni incantevoli, colorate che sembrano cose per le bambole, col cuoco dietro che taglia e affetta e sorride, e fiori minimali qua e là, e cameriere in kimono che palesemente non hanno familiarità con l'italiano. Ero nello pseudo Giappone di Sesto Fiorentino. Fin qui tutto normale (ehm) se non fosse che lo stesso gestore del ristorante giapponese (che, da sottolineare, è fiorentinissimo) è anche gestore di un altro ristorante, separato dal "Giappone" solo da una parete.
Un ristorante brasiliano.
Mentre mangiavamo con le bacchette inondando tutto di soia, quindi, ci si para davanti lo spettacolo di cinque ballerine brasiliane con tanto di piume sulla testa e cinque ballerini brasiliani con tanto di panama con paillettes fucsia che ballano la samba nello spiazzo freddo e bianco davanti ai due ristoranti.

che situazione assurda.

E gli spettatori seduti sulle seggioline davanti al balletto erano dei signori anziani per lo più autoctoni che non sembravano affatto sorpresi.
Mi sono fatta diverse domande.
Risposte.. forse anche, qualcuna. Ma la cosa più nitida che ho pensato e che tutt’ora mi porto dietro e un po’ mi stranisce è:

"Sembra di essere americani."

E se non fosse che ero con i miei più cari amici, che mi sono alla fine veramente divertita, che ho mangiato proprio bene, che le risate si sono sprecate, questa sensazione non mi avrebbe consolato poi molto.