martedì, agosto 30, 2005

sulla luna e ritorno (ovvero tentazioni e rimorsi da IKEA)

Giuro giuro giuro, che non voglio scrivere l'ennesima sparata sull'IKEA, non voglio parlare dei nomi assurdi dei mobili, né dei commessi dagli occhi pallati che sembrano dilatati nello spazio. Azzarderei un discorsetto sulla musica e la vocina che ti accolgono nel parcheggio se solo fossi d'umore un po' più nero. Ma non farò nemmeno questo, perché in realtà, se proprio devo dire la verità, quello che mi succede in quel posto quando ci entro è una specie di metamorfosi da biondina seria e posata a cappellaio matto.

Per me l'IKEA è veramente il paese dei balocchi. Mi dà un senso di potenzialità: fra le luci e i colori distesi in quella che sembra la gigantesca casa immaginaria di uno psicopatico io vedo minuscoli pezzi di "vita possibile" che si uniscono in una magica danza per diventare camere, bagni, salotti, insomma, vita vera. Me ne rendo conto, che vengo manipolata, ma è più forte di me: non riesco a sottrarmi all'ipnosi. Mi succede quello che accadeva quando i miei per farmi stare buona rovesciavano sul tappeto sei o settecento chili di lego. Paralisi da possibilità di combinazioni infinite.

Ora, lo so che questa cosa è infantile, e lo so che non ne dovrei andare tanto fiera, (infatti mi vergogno un pochino) ma mi fa riflettere il fatto che esista un centro commerciale dove non mi viene voglia di fare a pezzetti il cassiere appena entro. Per esempio è cosa nota che io non posso andare all'Ipercoop in compagnia di nessuno perché nell'arco di dieci minuti comincio ad insultare il malcapitato che mi accompagna e a dirgli che non capisce niente, qualunque cosa tenti di dire. Questi posti di solito mi fanno sentire un tacchino da ingrassare e basta. Invece all'IKEA entro e mi affiorano alle labbra due parole "potrei fare..."

Conclusione: oggi pomeriggio, dopo aver vagato ore fra scatole e scatoline, cornici e tappetini, copripiumoni e lampade, ho scelto i pezzi del mio puzzle, i pezzetti del lego con cui avrei costruito l'astronave. E poi, sempre secondo copione, mi ha preso il panico alla cassa quando mi hanno annunciato (ovviamente con voce flautata e noncurante)la cifra che dovevo sborsare.
E mentre porgevo la carta di credito luccicante (molto più luccicante del mio conto, ahimè) ad un giovanotto sorridente (che aveva però l'aria di uno che da un momento all'altro può impazzire ed ucciderti) mi sono detta: non è più triste se poi all'astronave manca un'ala?

domenica, agosto 28, 2005

pausa


c'è una sola cosa da fare in questa domenica piovosa, settembrina, di sapore scolastico, mentre i numeri mi perseguitano e la musica mi accompagna (oggi mi sono svegliata con la voglia di Police, e anche questo ha un sapore scolastico).

La risposta è nera, bollente e profumata.
Ogni tanto non c'è che un bel caffè...

e questo fra parentesi è il titolo che darò alla compilation di Settembre: caffè. Così sono sicura di rstare sveglia anche se arriva l'autunno e tutte le persone e gli animali per bene vanno in letargo.

mercoledì, agosto 24, 2005

gli elastici e la ballerina


Sono pigra pigra perché ho corso tutto il giorno senza sosta, in questo mercoledì di fine agosto. Tutti i negozi chiusi, i pochi aperti offrono a saldo della merce invendibile nemmeno sui banchi dei peggiori mercati. Impossibilitata a seguire la mia inclinazione consumista (devo ammettere che cerco di dominarla ma ogni tanto è proprio impossibile, mi scatta una specie di sindrome da Carrie di Sex and The City e mi DEVO comprare scarpe/borse...), ho fatto la lista delle cose che devo fare il prossimo mese (ma anche questa settimana va bene). Numero uno, comprare il pc. Numero due, cercare casa. Numero tre, risistemare un po' di carte della tesi. Numero quattro, rimanere su quest'onda iperattiva. La cosa più difficile e allo stesso tempo più divertente della lista. Per ora ci sto riuscendo. Non mi ha azzoppato la vecchia casa piena di roba e nemmeno i temporali.

Il tempo è un capitolo grande grande del mio diario. C. dice che non sono mai stata in pace con la mia età, che mi sono sempre sentita più vecchia di quanto non fossi. L. invece dice che dietro la biondina catastrofista vede ancora la diciottenne con la stupidera. Sono vere tutte e due le storie. Io il tempo lo rispetto come si rispetta una persona intelligente saggia e imprevedibile. non l'ho mai percepito come una cosa unitaria, uguale per tutti. Ma non è che sia molto originale in questo. Quando leggevo la Woolf e Joyce mi ricordo di aver percepito il tempo dei minuti e quello delle cose. Il tempo di un oggetto che ti guarda fisso. il tempo di una finestra che sbatte. E' da allora che rispetto il tempo come elemento totalmente astratto. In questi lunghissimi tre anni so di aver dilatato il tempo delle mie riflessioni come un elastico teso al massimo. Sono sembrati anni lunghissimi, sicuramente sono stati anni di ricerca, difficile, di una specie di equilibrio che ancora non è concreto. Però se ne intravede l'ombra. Credo che quello che sta succedendo in questi ultimi mesi sia una inversione della tensione dell'elastico. Dall'ipertrofia del lavoro cerebrale alla scoperta della fisicità del mondo (e mia). Non so come altro spiegarlo: sto pensando con la pancia (per quanto sia possibile per una cervellotica come me), mi sento addosso una specie di volontà d'istinto e di gesti. Mi viene da abbracciare, dare delle pacche, sorridere, fare smorfie, anche saltellare. Ogni tanto, proprio al centro della mia stanza a porta chiusa, metto la musica e saltello. Che sarà?

Sarà la bossa nova la mattina presto, che l'unica cosa che puoi ragionevolmente fare quando la senti è ballare. Sarà che ogni tanto mi guardo i piedi e le mani e li riconosco come miei. Me lo ricordo, quando mi guardavo le mani e mi chiedevo di chi fossero e le usavo come se avessero una volontà propria, totalmente distinta dalla mia.

Mi sembra di conoscermi meglio. Di aver risalutato una vecchia amica che non vedevo da un po'. Ma sono sempre stata qui giusto?

(e a proposito di vecchie amiche: ciao amica tosco-madrilena dai capelli rossi, lo so che in questo periodo hai tante cose da fare e da pensare,però mi manchi tanto e magari ti chiamo anche, se il tuo numero di cell è sempre quello italiano... per ora un bacino da qui!)

lunedì, agosto 22, 2005

il sole, il mare, il vento


Quando sono arrivata all'altezza di Bari mi sono ricordata la parolina che cercavo. Come se dodici mesi non fossero passati ho ritrovato luce, riverberi strani, odore di terra bruciata. Ho fatto una foto sull'autostrada, una di quelle che quando gli amici le vedono si atteggiano a punto interrogativo e devi dire "no, questa non conta, mi è partito un colpo…" Naturalmente non è così. Sono appunti. Di viaggio e di memoria.
Siamo arrivate alla meta numero 1 alle dieci di sera. Dopo aver cantato per tutto il viaggio e infilato un cd dietro l'altro nell'autoradio. Quattro tipologie di donne, quattro femminilità diverse in tutto, ma forse non proprio tutto. Soffiava fortissimo il vento. E si sentiva profumo di aghi di pino. E dopo aver montato le tende ci siamo sedute calme calme e stanche al tavolo del ristorante del campeggio e ci siamo fatte servire orecchiette e patatine. E già si capiva che l'aspetto mangereccio della vacanza avrebbe avuto un peso non indifferente…

Vago per casa in mutande, sfoggiando la mia abbronzatura perfetta mentre fuori diluvia e rimpiango l'estate, che per me oggi, anzi, in questo preciso istante, è finita. Immergo la mano nella busta da un kg di taralli e ne pesco un numero imprecisato, mastico sbriciolo, e poi mi accendo una sigaretta. Guardo fuori dalla finestra e mi domando come fare a descrivere i quindici giorni tradizional-gastronomici più divertenti degli ultimi anni. Più me lo domando e più l'impresa sembra inattuabile. Se mi sforzo metto a fuoco molta acqua, docce fredde, polvere, balli scatenati, gente che si presenta in continuazione, musica di tutti i tipi, albe e tramonti, vestiti appallottolati dentro la tenda, concerti, pinzette, risate, pittule, ulivi e fichi, sigarette, automobili, tutto insieme, in un ordine totalmente confuso; sorrisi, facce, mohito e martini, andare a dormire con la pancia piena e desiderare che la notte (o quel che ne resta) passi in fretta per riempirsi ancora gli occhi di ibisco e muretti a secco. Non so comprimere tutto questo in una semplice paginetta. E credo che la cosa più sensata da fare sia parlare del momento in cui a un certo punto ho tirato le fila di tutto in una mattina limpida e asciutta, il penultimo giorno di vacanza.

Una mattina in cui la biondina aveva abbassato il ponte levatoio della fortezza, e aspettava pigramente di rialzarlo, ma senza fretta. Mi sono trovata a sgattaiolare fuori da una porta alle sette e dodici del mattino, e in punta di piedi attraversare una passerella di legno fresco diretta verso la spiaggia. Fa freddino, ho gli occhi un po' gonfi e il sole è abbagliante. Ho dimenticato gli occhiali da sole. Rientrare? No, meglio di no. Cammino strizzando gli occhi e raggiungo la sabbia. Non c'è nessuno, ma proprio neanche un'anima. Gli ombrelloni sono tutti chiusi, la sabbia è umida. Il mare si muove pianissimo. Sto lì, in piedi, a contemplare lo spettacolo della calma cosmica. Poso la borsa, respiro profondamente, faccio due esercizi di yoga, ma mi gira un po' la testa da fame e overdose di ossigeno. Così mi siedo su un pedalò scivoloso e guardo l'orizzonte. Ma non so stare troppo con le mani ferme, così apro la borsa di Mary Poppins e comincio a tirar fuori un libro, una penna, la crema solare, il sopra di un costume, finché passando per la collana alla Marge Simpson e lo spazzolino da denti non trovo finalmente quel che cercavo: un pettine. Comincio meccanicamente a pettinarmi i capelli, prima il lato sinistro, poi il destro, poi all'indietro, poi mi faccio una crocchia e nel frattempo vedo in lontananza avvicinarsi una figura in maglietta rossa. Il bagnino. Un tipo buffissimo con una testa gigantesca di riccioli neri. Arriva, posa sul tavolo una borsa e mi dice sorridente "da lontano sembravi una visiòne" con una magnifica "o" aperta e tonda. Io rido. Aggiunge "lo vedi come è bello il mare? Sembra che lo sappia che è passato Ferragosto, e si è calmato pure lui…" Guardo di nuovo verso il mare e dico "Eh, hai ragione, forse dovrei…" ma non finisco il discorso perché mi legge nel pensiero e dice " Sì, davvero, dovresti farti il bagno, a quest'ora il mare è solo tuo…"

E così mi tolgo sandali e pantaloni e vado, entro in acqua camminando dritta sulle linee ondulate della sabbia ancora intonsa, mi viene un brivido quando l'acqua supera l'ombelico, ed è come un segnale, è il momento di tuffarsi, e sento il silenzio e il velluto, intorno c'è solo azzurro e davanti a me non ci sono altro che cielo e mare. Mi batte davvero il cuore. In un istante mi vedo proiettata a Firenze, col cielo grigio sopra la testa e la polvere nera sotto le scarpe. E penso "no". Una semplice parola definitiva. "No". E questo no si trasforma in "quest'anno ci sono almeno tre cose che devono cambiare". E mentre le fisso tutte e tre nella memoria, in ordine di importanza decrescente esco piano piano dall'acqua, mi godo l'aria fresca sulla pelle bagnata, poi mi infilo la felpa sopra il costume fradicio, starnutisco e mi risiedo sul pedalò per scaldarmi un po'. Ride, il mio amico bagnino. "Avevo ragione eh?"
"Davvero… Non sai quanto…Grazie…"
Osservo ancora un po' lo spettacolo.

L'anno scorso un signore di Trani mi disse che per il tramonto che si vede dalla finestra di casa sua avrebbe potuto far pagare il biglietto. E questa specie di alba infreddolita sulla spiaggia, mentre tutto tace mi fa lo stesso effetto. Saluto il mio amico che apre gli ombrelloni e rastrella le cicche che gli sono sfuggite il giorno prima. Poi mi decido, percorro in senso contrario la passerella di legno e vado al bar a fare colazione. Scuoto la testa e sorrido fra me, mi sento addosso diciott'anni. E' un giorno nuovo…

martedì, agosto 02, 2005

figliolanze


ecco un paio dei miei nipotini...
(eheh) Ce ne sono altri, Iuza, Pablo (che a quanto pare adesso è collegato col cybrspazio)e anche un po' Spago. Prima o poi compariranno tutti...