sulla luna e ritorno (ovvero tentazioni e rimorsi da IKEA)
Giuro giuro giuro, che non voglio scrivere l'ennesima sparata sull'IKEA, non voglio parlare dei nomi assurdi dei mobili, né dei commessi dagli occhi pallati che sembrano dilatati nello spazio. Azzarderei un discorsetto sulla musica e la vocina che ti accolgono nel parcheggio se solo fossi d'umore un po' più nero. Ma non farò nemmeno questo, perché in realtà, se proprio devo dire la verità, quello che mi succede in quel posto quando ci entro è una specie di metamorfosi da biondina seria e posata a cappellaio matto.
Per me l'IKEA è veramente il paese dei balocchi. Mi dà un senso di potenzialità: fra le luci e i colori distesi in quella che sembra la gigantesca casa immaginaria di uno psicopatico io vedo minuscoli pezzi di "vita possibile" che si uniscono in una magica danza per diventare camere, bagni, salotti, insomma, vita vera. Me ne rendo conto, che vengo manipolata, ma è più forte di me: non riesco a sottrarmi all'ipnosi. Mi succede quello che accadeva quando i miei per farmi stare buona rovesciavano sul tappeto sei o settecento chili di lego. Paralisi da possibilità di combinazioni infinite.
Ora, lo so che questa cosa è infantile, e lo so che non ne dovrei andare tanto fiera, (infatti mi vergogno un pochino) ma mi fa riflettere il fatto che esista un centro commerciale dove non mi viene voglia di fare a pezzetti il cassiere appena entro. Per esempio è cosa nota che io non posso andare all'Ipercoop in compagnia di nessuno perché nell'arco di dieci minuti comincio ad insultare il malcapitato che mi accompagna e a dirgli che non capisce niente, qualunque cosa tenti di dire. Questi posti di solito mi fanno sentire un tacchino da ingrassare e basta. Invece all'IKEA entro e mi affiorano alle labbra due parole "potrei fare..."
Conclusione: oggi pomeriggio, dopo aver vagato ore fra scatole e scatoline, cornici e tappetini, copripiumoni e lampade, ho scelto i pezzi del mio puzzle, i pezzetti del lego con cui avrei costruito l'astronave. E poi, sempre secondo copione, mi ha preso il panico alla cassa quando mi hanno annunciato (ovviamente con voce flautata e noncurante)la cifra che dovevo sborsare.
E mentre porgevo la carta di credito luccicante (molto più luccicante del mio conto, ahimè) ad un giovanotto sorridente (che aveva però l'aria di uno che da un momento all'altro può impazzire ed ucciderti) mi sono detta: non è più triste se poi all'astronave manca un'ala?
Per me l'IKEA è veramente il paese dei balocchi. Mi dà un senso di potenzialità: fra le luci e i colori distesi in quella che sembra la gigantesca casa immaginaria di uno psicopatico io vedo minuscoli pezzi di "vita possibile" che si uniscono in una magica danza per diventare camere, bagni, salotti, insomma, vita vera. Me ne rendo conto, che vengo manipolata, ma è più forte di me: non riesco a sottrarmi all'ipnosi. Mi succede quello che accadeva quando i miei per farmi stare buona rovesciavano sul tappeto sei o settecento chili di lego. Paralisi da possibilità di combinazioni infinite.
Ora, lo so che questa cosa è infantile, e lo so che non ne dovrei andare tanto fiera, (infatti mi vergogno un pochino) ma mi fa riflettere il fatto che esista un centro commerciale dove non mi viene voglia di fare a pezzetti il cassiere appena entro. Per esempio è cosa nota che io non posso andare all'Ipercoop in compagnia di nessuno perché nell'arco di dieci minuti comincio ad insultare il malcapitato che mi accompagna e a dirgli che non capisce niente, qualunque cosa tenti di dire. Questi posti di solito mi fanno sentire un tacchino da ingrassare e basta. Invece all'IKEA entro e mi affiorano alle labbra due parole "potrei fare..."
Conclusione: oggi pomeriggio, dopo aver vagato ore fra scatole e scatoline, cornici e tappetini, copripiumoni e lampade, ho scelto i pezzi del mio puzzle, i pezzetti del lego con cui avrei costruito l'astronave. E poi, sempre secondo copione, mi ha preso il panico alla cassa quando mi hanno annunciato (ovviamente con voce flautata e noncurante)la cifra che dovevo sborsare.
E mentre porgevo la carta di credito luccicante (molto più luccicante del mio conto, ahimè) ad un giovanotto sorridente (che aveva però l'aria di uno che da un momento all'altro può impazzire ed ucciderti) mi sono detta: non è più triste se poi all'astronave manca un'ala?

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